Come si è passati dal caos del mob game alla logica del combination game? Questo articolo ripercorre le origini della tattica nel calcio, dai primi scontri senza regole nei cortili delle public schools inglesi, fino alla nascita dei passaggi e degli schemi organizzati introdotti da scozzesi e Royal Engineers. Una rivoluzione silenziosa che ha cambiato per sempre il gioco.
Le origini tattiche del calcio: dal caos del mob game alla regola del fuorigioco
Dire che agli albori il calcio non prevedesse alcuna tattica non è affatto un’eresia. Le sue radici affondano infatti nel mob game, una sfida rituale giocata in alcune città britanniche. Due squadre composte da un numero indefinito di giocatori si fronteggiavano con l’obiettivo di trascinare una palla – fatta di stracci o budella animali gonfiate – verso un punto prestabilito della città, spesso un ponte o il campanile di una chiesa.
Il risultato? Caos, risse e spesso feriti. Non a caso, il gioco venne messo al bando più volte per via dei disordini pubblici e persino di alcune morti. Fu solo verso la fine del Settecento che il calcio rientrò, seppur in forma primitiva, nei cortili delle public schools inglesi, dove iniziò lentamente a essere regolamentato.
Il dribbling game: forza bruta e assenza di passaggi
Nel chiostro stretto di Charterhouse si iniziò a usare esclusivamente i piedi, ma vista la brevissima distanza dal gol, il passaggio era considerato inutile. Altrove, come nei grandi campi di Rugby o Eton, il gioco continuava a prevedere l’uso delle mani.
Una delle prime regole semitattiche a comparire fu quella dell’offside: veniva considerato in fuorigioco chiunque non avesse almeno tre avversari tra sé e la porta. Una norma che scoraggiava i passaggi in avanti e incentivava l’individualismo.
Quando nel 1863 nacque la Football Association, questa regola fu mantenuta, riflettendo lo spirito del tempo: affrontare la difesa palla al piede era visto come prova di virilità. Affidarsi a un compagno? Da deboli. Così il dribbling game si impose nel sud dell’Inghilterra come paradigma: calcio fatto di cariche frontali, spallate, testate e gomiti alti.
Le prime differenze: il Nord e il sostegno al portatore di palla
Nel frattempo, nel Nord industriale – città come Sheffield e Nottingham – si sviluppava un approccio più collettivo. Senza ancora prevedere veri passaggi, i compagni iniziavano a circondare il portatore di palla, pronti a recuperare la sfera in caso di perdita. Un’embrionale forma di collaborazione, lontana dalla logica del “tutti contro tutti” del Sud.
Il dribbling dell’epoca era più simile a una carica di cavalleria: si correva a testa bassa, si cercava il contatto, si colpiva il punto debole della linea nemica. Nulla a che vedere con le finte eleganti che conosciamo oggi.
Chi mostrava poca intraprendenza in attacco veniva punito: spedito in difesa, ruolo considerato di serie B. Ma bastava mostrare un po’ di grinta per essere riportati avanti. Era un calcio senza ruoli fissi né specializzazioni.
L’inizio della struttura: portiere, full-back e uno schema rozzo
Solo dopo la fondazione della FA si cominciarono a introdurre le prime figure strutturate: il portiere (prima assente), i full-back e gli half-back. Il primo schema ricorrente? Un arcaico e sbilanciatissimo 1-1-8, che ben rappresenta l’enfasi offensiva di quell’epoca pionieristica.
Il calcio, insomma, cominciava a darsi una forma, ma era ancora lontano dal diventare uno sport organizzato.
La rivoluzione scozzese: Queen’s Park e il gioco combinato
Il 30 novembre 1872 si gioca a Glasgow il primo incontro internazionale ufficiale della storia: Scozia-Inghilterra. A prima vista, gli inglesi sembravano favoriti: più esperienza, fisico superiore, preparazione atletica più avanzata. Eppure, la partita finì 0-0.
Il segreto della Scozia? Affiatamento e organizzazione, esaltate dal 2-2-6 suggerito dal portiere e capitano Robert Gardner. Tutti e undici i giocatori scozzesi provenivano inoltre dal Queen’s Park, club ancora oggi esistente e fino a pochi anni fa puramente legato ai principi del calcio amatoriale.
I “Ragni” (soprannome derivato dalle divise a strisce bianche e nere) avevano un’arma inedita per il tempo: il passaggio volontario. Il loro stile prevedeva una fitta ragnatela di tocchi, spesso laterali o all’indietro, costruita sul movimento continuo e il supporto reciproco. Era nato il combination game.
Il combination game: tra Scozia e genieri dell’esercito
Questo stile era già stato adottato anche in Inghilterra dai Royal Engineers AFC, la squadra dei genieri dell’esercito britannico. Forte presenza scozzese in squadra, ma soprattutto un vantaggio competitivo enorme: i militari trascorrevano molto tempo insieme, potendo provare schemi e movimenti che gli ex studenti delle altre squadre non potevano nemmeno immaginare.
I Sappers, contrariamente al loro nome, non minavano il gioco, ma lo costruivano con ordine e razionalità, e per farlo avevano rinunciato a una punta per aggiungere un mediano, disponendosi così con l’1-2-8. Arrivarono infatti in finale alla prima FA Cup della storia.
Pur perdendo contro i più tradizionalisti Wanderers (scesi in campo con l’1-1-8 e una filosofia ancora individualista), i Royal Engineers e il Queen’s Park avevano tracciato una linea di demarcazione: il calcio stava cambiando. Quello dei genieri di sua Maestà, guidati dal Maggiore Francis Marindin, venne addirittura definito dai cronisti dell’epoca “football scientifico”.
Dallo scontro fisico al pensiero tattico: l’inizio della rivoluzione
Il passaggio dal dribbling game al combination game segna una vera rivoluzione: non solo tecnica, ma culturale. Dal calcio come scontro brutale a sport come espressione di intelligenza collettiva.
Inizia qui il viaggio che porterà, nel corso dei decenni, a moduli come il WM, il catenaccio e il tiki-taka. Ma tutto comincia da quei ragazzi di Glasgow e da un plotone di genieri armati di idee tattiche più che di baionette.
Letture consigliate:
- “La Piramide Rovesciata”, Jonathan Wilson, Libreria dello Sport
- “TATTICA: principi, idee, evoluzione”, Francesco Scabar, Urbone Publishing





