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Tag: anni ’10

Walter Tull, eroe contro il razzismo

Figlio di un carpentiere proveniente dalle Barbados, la madre morì di cancro quando era ancora piccolo, e poco dopo fu la volta proprio del padre, colto da infarto quando ancora il piccolo Walter non aveva compiuto il decimo anno di età.

Fu così affidato insieme al fratello Edward ad un orfanotrofio, dove crebbe grazie alla generosità dei volontari dell’organizzazione oggi nota come “Action for Children”.

Mentre Edward, adottato da una famiglia di Glasgow, diventava dopo la scuola un rinomato dentista, il primo di colore in tutta Inghilterra, Walter aveva conosciuto il football e ne era rimasto incantato.

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Sardi e Santamaria: storia del primo trasferimento in Italia

“Aveva fatto scalpore una campagna-acquisti del Genoa, che aveva prelevato dal Milan “il figlio di Dio” De Vecchi per 24 mila lire e il trio Santamaria-Fresia-Sardi dall’Andrea Doria.

Aggiudicarsi quattro giocatori del giro della Nazionale non era mossa che potesse passare inosservata ai tempi in cui il calcio si professava rigorosamente dilettantistico.”

Diversi anni prima che il professionismo nel calcio italiano fosse cosa riconosciuta, i trasferimenti di calciatori da un club all’altro erano rari ma non infrequenti. Dissapori caratteriali, scelte tecniche, a volte anche eventi di vita privata che portavano un foot-baller a trasferirsi in un’altra città (ad esempio per un lavoro) erano le cause che facevano si che l’eroe di una tifoseria finisse per diventarlo di un’altra, e del resto furono diversi i club calcistici nati proprio per via di giocatori finiti a vivere in luoghi dove il foot-ball non era ancora arrivato.

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Vivian Woodward, l’ultimo amateur

Che il calcio fosse nel destino di Vivian Woodward lo si poteva capire quando, da ragazzino, si appassionò a quello che cominciava ad essere chiamato “The Beautiful Game”.

Nato nel 1879, a pochi passi da casa sua si trovava il Kennington Oval, dove dal 1872 le migliori squadre inglesi disputavano la finale valida per l’assegnazione della FA Cup

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Johnny Moscardini, il primo oriundo

Barga è un piccolo e incantevole paese in provincia di Lucca. Un posto bellissimo ma che a metà del 1800 non offriva grandi prospettive di lavoro.

Fu per questo, per cercare fortuna e magari per la voglia di visitare il mondo, che un giorno del 1872 tre giovani fratelli del posto, i Moscardini, lasciarono la Toscana per partire alla volta della Scozia.

Gli affari evidentemente andarono più che bene, ed essi si stabilirono a Falkirk: fu qui che, nel 1897, uno di essi mise al mondo un figlio, Giovanni.

Sarebbe stato uno dei primissimi grandi campioni del calcio italiano. Il primo vero e proprio oriundo nella storia della Nazionale.

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Carlo Rampini, bomber di un calcio di altri tempi

Nell’incredibilmente variegato oceano di aneddoti che riguardano il calcio italiano alle sue origini, quando fieri dilettanti nostrani cominciavano a prendere sempre più confidenza con quel gioco, il “foot-ball”, che sarebbe diventato “calcio” e che sarebbe passato dall’essere passatempo per benestanti a religione popolare, un posto speciale lo avrà sempre la mitica Pro Vercelli, la squadra che dominò i primi anni del XX° Secolo conquistando ben 5 Scudetti dal 1908 al 1913 e perdendone uno soltanto in finale, e in pratica per propria libera scelta.

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Abdón Porte, “il fantasma del Parque Central”

Nel calcio le bandiere non scompariranno mai. I soldi potranno comprare qualunque cosa, persino la felicità; talvolta avranno il potere di addestrare i giocatori al ruolo di trepidi soldati mercenari all’interno di una guerra combattuta fra società calcistiche. Il fenomeno odierno del calciomercato ha sicuramente avvalorato con forza questo assioma moderno.

La storia dimostra, però, che le cose possono andare diversamente. Perché i calciatori sono esseri umani e, in quanto tali, possono amare una squadra o un club, al punto tale da un volersene mai separare.

È stato il caso di Zanetti all’Inter, Del Piero alla Juventus, Giggs al Manchester United, Totti alla Roma. Di Matthew Le Tissier, “Dio” a Southampton, e del quasi sconosciuto turco Sait Altinordu, bandiera per 27 stagioni del club da cui prese il proprio cognome.

Ma se il fenomeno delle bandiere è vivo tutt’oggi, in un momento in cui i calciatori sono trattati come celebrità professioniste superpagate, immaginate cosa poteva essere un tempo, quando chi giocava lo faceva solo ed esclusivamente per passione, per l’urlo della folla.

La storia del calcio degli albori abbonda di giocatori che hanno vissuto per la propria squadra. Qualcuno è anche morto in nome della propria bandiera, per servire la propria fede. E quella che state per leggere è la storia di uno di loro. Questa è la storia di Abdón Porte, “il fantasma del Parque Central”.

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