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Eugène Maës, la prima stella del calcio francese

Eugène Maës è stato il primo grande centravanti nella storia della Francia: 15 gol in 11 partite, una media che ancora oggi fa impressione. Alto, coraggioso e temerario, diventò l’uomo della prima vittoria francese sull’Italia a Torino nel 1912, prima che la Grande Guerra terminasse la sua carriera. A Caen si reinventò tra calcio e nuoto, ma la seconda guerra mondiale e la follia nazista misero fine alla sua vita nel 1945.

Un calcio ancora senza confini

All’inizio del XX secolo il calcio nell’Europa continentale era ancora in uno stato embrionale. Le regole erano in evoluzione, così come le tattiche: fino al 1912 il portiere poteva utilizzare le mani nella propria metà campo, regola che aveva trasformato ad esempio il gallese Leigh Richmond Roose in una star e in un attaccante aggiunto, e il fuorigioco richiedeva due giocatori tra l’attaccante e la linea di porta.

Non esisteva ancora la Coppa del Mondo e la nazionale francese, nata nel 1904, viveva quasi solo di amichevoli. Ai Giochi di Olimpiadi di Londra 1908 erano arrivate due umiliazioni contro la Danimarca, con punteggi che oggi sembrano fantascienza. Nel 1912, poi, era arrivata anche la rinuncia al torneo calcistico: le due federazioni che governavano il calcio francese, USFSA e CFI riconosciuti rispettivamente da CIO e FIFA, non avevano infatti trovato un accordo.

Considerata alla stregua di uno sparring partner da buona parte dei vicini – non a caso fu sconfitta 6-2 nella prima partita dell’Italia – la Francia si scoprì improvvisamente forte grazie alla comparsa del suo primo grande centravanti. Il suo nome era Eugène Maës, e con un fisico fuori scala per l’epoca, qualità tecniche considerevoli e una cattiveria agonistica fuori dal comune rese finalmente i Bleus una minaccia per qualsiasi avversario.

Il viaggio a ritroso: nascita di una stella

Per scoprire chi fu Eugène Maës bisogna compiere un lungo viaggio a ritroso nel tempo, fin quasi all’inizio del XX secolo: un tempo in cui il calcio aveva appena fatto la sua comparsa ufficiale in Europa, anni in cui onesti mestieranti inglesi, fuori dai patri confini considerati veri e propri fuoriclasse, avevano da poco insegnato i fondamentali del gioco a italiani e spagnoli, tedeschi e francesi.

Eugène Maës fu con ogni probabilità uno dei primi bambini parigini ad avvicinarsi seriamente al calcio, e senza dubbio la prima grande stella della Francia, selezione nazionale che nei suoi primi anni di vita era tra le più deboli a livello continentale, come testimoniato dalle cocenti sconfitte patite contro la Danimarca alle Olimpiadi di Londra del 1908.

Quello che sarebbe diventato il primo grande bomber dei Bleus fece il suo esordio in Nazionale nel 1911: potente e coraggioso, straordinariamente alto per l’epoca (sfiorava i 190 centimetri) e dunque dominante nel gioco aereo, Eugène Maës era il centravanti che nessuno sospettava potesse esistere nell’Esagono. E già dalle prime uscite, in una Francia che fino a quel momento aveva perso spesso, lasciò intravedere gesti tecnici che pochi compagni osavano tentare.

La carica sul portiere come specialità

Temerario fino all’estremo, era un vero e proprio specialista nel caricare il portiere scaraventandolo in porta insieme al pallone, pratica che ai suoi tempi era perfettamente legale: si poteva travolgere l’estremo difensore anche quando questi aveva già bloccato la sfera, e una tutela sarebbe arrivata soltanto nel 1936 all’indomani della tragica morte di Jimmy Thorpe in Inghilterra.

Tanta brutalità, nei primi anni del calcio mondiale, era tollerata come parte del gioco: nello stile già sdoganato in Inghilterra da alcuni specialisti come ad esempio Fred Dewhurst, Maës viveva di seconde palle, colpi di testa, sportellate con i difensori e appunto coraggiose cariche sul portiere avversario. Un vero e proprio ariete, ma con qualità tecniche comunque notevoli.

Se ne accorse l’Italia, che abituata a disporre facilmente dei cugini d’Oltralpe finì per la prima volta da questi sconfitta, travolta da questo baffuto attaccante capace di segnare una tripletta nella prima vittoria dei francesi sugli italiani, uno storico 3-4 andato in scena a Torino. Quella sera, per gli azzurri, Maës non fu solo un nome: fu un presagio.

Dal Patronage Olier al Red Star: l’amateurismo marrone

Prima di diventare il volto dei Bleus, Maës era cresciuto nel calcio dei patronage parigini, dove il dilettantismo era una regola sacra, ma il salto di qualità definitivo era arrivato con il passaggio a quello che potremmo definire “il calcio dei ricchi”. Il trasferimento dal Patronage Olier al Red Star gli aprì le porte della Nazionale: in quegli anni non esisteva un CT unico, ma comitati e federazioni che decidevano chi merita la maglia.

Fu a Parigi che Eugène Maës poté dedicarsi completamente al calcio per diventare il terrore dei portieri di mezza Europa: impiegato ufficialmente come libraio nel prestigioso giornale L’Auto, grazie all’intercessione di Jules Rimet e Henri Desgrange, non si presentò praticamente mai in redazione a causa dei frequenti allenamenti e delle lunghe trasferte per le sfide internazionali in cui era atteso.

A queste attività si aggiunsero la gestione di un negozio con il pugile Georges Carpentier e numerose sponsorizzazioni, dagli immancabili profumi a un marchio di scarpe. Abile imprenditore di sé stesso, Maës dimostrò fin da giovanissimo di essere in grado di monetizzare sulle sue qualità e la sua immagine.

I primi Bleus: 1911, tra sconfitte e lampi

Il debutto in nazionale arriva il 1° gennaio 1911 contro l’Ungheria: 0-3, una sconfitta che allora non fa nemmeno scandalo. Pochi mesi dopo l’Inghilterra infligge un altro 0-3. Eppure, in mezzo a quel grigiore, c’è un dettaglio che le cronache sottolineano: Maës prova cose diverse, tocchi tecnici e invenzioni che i compagni non tentano.

La scintilla vera scatta il 9 aprile 1911 a Saint-Ouen contro l’Italia: finisce 2-2 e i gol francesi portano la sua firma. Il copione è già scritto: Maës assalta il portiere, lo carica, lo disturba, lo costringe all’errore. Da lì comincia una striscia in cui segna praticamente sempre: contro Svizzera e Belgio, di testa o su respinte, come un rapace d’area.

Dopo una di quelle prove, L’Auto lo definisce addirittura “il miglior centravanti del continente”. È propaganda, certo, ma racconta la sorpresa del momento. La Francia non è abituata ad avere un attaccante così, e in un’epoca senza Europei e senza Mondiali ogni amichevole pesa come un manifesto. Maës diventa il simbolo di una Nazionale che sogna, almeno per novanta minuti, di essere grande.

Torino 17 marzo 1912: il giorno in cui l’Italia capì

Il 1912 è l’anno in cui il calcio italiano cerca una forma: c’è la Pro Vercelli che detta legge e una Nazionale che comincia a costruire miti con nomi come Renzo De Vecchi e Aldo Cevenini. La Francia, invece, viaggia ancora tra sconfitte e rari lampi. A Torino, il 17 marzo, arriva però con un’arma che gli Azzurri non sono in grado di disinnescare: la furia lucida di Maës.

La vigilia sembra un romanzo: Maës è in servizio militare, ottiene il permesso per raggiungere la squadra soltanto all’ultimo e arriva in città alle 5 del mattino, poche ore prima del calcio d’inizio. Non conta. In una partita che i francesi giocano con maglia bianca a righe, lui segna tre volte e in tre modi diversi: un tiro da lontano, una testata vincente e, naturalmente, una carica che travolge il portiere italiano Faroppa.

Finisce 4-3 per la Francia: è la prima vittoria transalpina contro l’Italia e, per la narrazione dei Bleus, è una data fondativa. Chroniques Bleues ricorda come, dietro le Alpi, un successo francese non tornerà per decenni, fino al 1994 dell’era Aimé Jacquet. Ma per chi c’era, nel 1912, la storia aveva già un volto: baffi, spalle larghe e fame di gol.

Un record breve: 11 partite, 15 gol

I numeri sono semplici e spaventosi: 11 presenze, 15 gol. Oggi, a distanza di più di un secolo, Maës resta altissimo nelle classifiche storiche e, per media realizzativa, viaggia a 1,36 gol a partita, secondo solo a Just Fontaine tra i grandi con un campione di almeno 10 gare. E c’è un dettaglio che rende tutto più credibile: non batteva i rigori.

Il suo ultimo atto in maglia francese è il 20 aprile 1913 contro il Lussemburgo: 8-0, primo punteggio record dei Bleus. Maës firma una cinquina che resisterà come rarità statistica, fatto di colpi diversi (testa, destro, tiri deviati), e saluta senza saperlo. È un addio precoce, perché la sua carriera internazionale è durata appena tre stagioni, dal 1911 al 1913.

Perfino questo record, però, racconta un calcio che sta cambiando. Nel 1913 alcuni internazionali minacciano di disertare una partita se non riceveranno un premio: segno che il dilettantismo ufficiale scricchiola. Tra loro c’è anche il portiere Pierre Chayriguès, altro volto della prima Francia. Vengono accantonati e poi richiamati, perché il bisogno di talento vince sempre sulla morale di facciata. Maës, nel mezzo, è l’emblema: idolatrato, discusso, indispensabile.

La guerra che spegne la stella

Poi arriva la frattura che spegne un’intera generazione: la Prima guerra mondiale. Maës parte per il fronte e torna segnato nella mente e nel fisico, come tanti. Diversi internazionali francesi non faranno nemmeno ritorno: la Nazionale perde uomini e futuro. In un calcio senza tutele, la guerra non interrompe solo i campionati, ma carriere, identità, vite.

Incapace di ripetere le prestazioni esaltanti espresse prima del conflitto, Eugène Maës si allontana dal calcio ad alto livello quando non ha ancora compiuto 25 anni, accontentandosi di essere un eroe di provincia. Trasferitosi a Caen per tentare di curare un infortunio nella più tranquilla vita di provincia, si innamora di Yvonne, figlia del proprietario della scuola di nuoto sulle rive del fiume Orne che frequentava.

La guerra, però, non è solo “prima e dopo”: è anche un lungo presente. Emmanuel Auvray, autore di un libro in sua memoria, racconta di come, seguendo le tracce negli archivi militari, si possa ricostruire persino quando Maës sparisce dai giornali e quando riappare, prestato a squadre civili o militari per partite organizzate tra un’operazione e l’altra. Anche lì, in mezzo al caos, il calcio continua a chiedere spettacolo: e lui, quando può, lo offre.

Stella della Red Star, eroe di Caen

Non lascerà mai Caen, lavorando come istruttore di nuoto e immersioni e mettendo la sua immensa classe a disposizione della compagine locale, lo Stade Malherbe Caen, con cui gioca fino ai quarant’anni diventando anno dopo anno prima leader tecnico, poi capitano e infine allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo, ereditata la scuola di nuoto, la trasforma in una rinomata e frequentatissima sala da ballo, dimostrandosi quindi anche abile imprenditore.

Auvray aggiunge dettagli che completano il quadro: a Caen Maës non è soltanto “l’ex attaccante famoso”. Gioca, allena, cambia persino ruolo, arretrando in difesa e brillando anche lì. A volte si scontra con gli arbitri, viene sanzionato e finisce persino a dirigere gare, quasi per contrappasso. E intanto, ogni domenica, il club scopre che avere il suo nome in distinta significa anche riempire i bordi del campo.

La parte più moderna, però, è fuori dallo stadio. Maës investe nell’apprendimento del nuoto quando le piscine pubbliche sono rare e le annegamenti frequenti: vuole salvare vite e, insieme, far crescere una cultura sportiva. Promuove lo sport femminile quando è ancora agli inizi e organizza eventi popolari, come il “torneo dei quattro sport”, una sorta di triathlon ante litteram. Caen, grazie a lui, cambia immagine.

Tradito e deportato

Quando i nazisti invadono la Francia le cose, nella vita di Eugène Maës, prendono una tragica piega. Apertamente avverso al Reich, fu denunciato da Marie-Clotilde de Combiens, amante del locale capo della Gestapo, e immediatamente arrestato per presunte dichiarazioni contro il regime nazista.

Accadde il giugno del 1943: quello che una volta era l’idolo calcistico di un Paese ha 53 anni, ma un fisico e un carattere indomiti: riuscirà a resistere nel campo di concentramento di Mittelbau-Dora, dove viene trasferito, per quasi due anni. Infine, il 30 marzo del 1945, scompare, la sua vita inghiottita, come milioni di altre, dalla follia nazista. Fu cremato in Germania e le ceneri non tornarono mai a casa.

Alla memoria del suo primo idolo sportivo Caen ha dedicato una via e intitolato la scuola di nuoto cittadina, ennesimo segnale di come il calcio può rendere immortali i suoi più grandi eroi. Ma la sua storia parla anche d’altro: della fragilità della gloria, dell’Europa che si scopre unita da un gioco bellissimo e che poi si distrugge, con due terribili guerre che terminarono prima la carriera e poi la vita del primo grande centravanti francese.

Eugène Maës con la Red Star
Una formazione della Red Star: Eugène Maës è il quarto da sinistra.

Eugène Maës

  • Nazionalità: Francia
  • Nato a: Parigi (Francia) il 15 settembre 1890
  • Morto a: Ellrich (Germania) il 30 marzo 1945
  • Ruolo: attaccante
  • Squadre di club: Patronage Olier, Red Star Parigi, Stade Malherbe Caen

SITOGRAFIA:

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Simone Cola
Simone Colahttps://www.uomonelpallone.it
Amante del calcio in ogni sua forma e degli uomini che hanno contribuito a scriverne la leggenda

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