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Tag: anni ’30

Eddy Hamel, martire dell’Ajax nell’inferno di Auschwitz

Nel calcio olandese degli anni ’20 Eddy Hamel è stato uno dei più apprezzati idoli dei tifosi dell’Ajax di Amsterdam. Il club, impegnato in una difficile ricostruzione che avrebbe dato i propri frutti soltanto un decennio più tardi, continuava a rimandare l’appuntamento con la vittoria del titolo continuando però ad avere un grande seguito anche grazie alla classe della sua ala destra.

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La leggenda di Eurico Lara, “Stella Immortale”

Protagonista assoluto nella storia del calcio, il Brasile nel corso degli anni è stato capace di raccontare agli appassionati centinaia di storie straordinarie. Quelle dei grandi campioni che hanno infiammato gli stadi nel momento in cui il gioco è diventato fenomeno planetario sono note più o meno a tutti, mentre molte altre restano a disposizione di chi ha tempo e voglia di scoprirle.

E anche se la storia di Eurico Lara potrebbe appartenere ai classici racconti che contraddistinguono questo sito che narra storie di uomini e di calcio, per la maggior parte di nicchia, la verità è che in Brasile questa è conosciutissima. Una vera e propria favola popolare, romantica e dal finale tragico.

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Fernando Peyroteo e la leggenda dei Cinco Violinos dello Sporting

Anche se non è sempre stato una potenza nel calcio mondiale, e ha conquistato il suo primo trofeo internazionale soltanto nel 2016 con la vittoria degli Europei, il Portogallo ha dato alla storia dello sport più bello del mondo numerosi grandi protagonisti. Qualche nome? Eusébio, “la Pantera Nera”, Luis Figo, Paulo Futre, Manuel Rui Costa. E naturalmente un certo Cristiano Ronaldo, 5 volte Pallone d’Oro e 4 Scarpa d’Oro, oltre 850 gol segnati e più di 30 trofei alzati al cielo da protagonista.

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Asbjørn Halvorsen e Otto Harder, l’eroe e il nazista

L’ascesa del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale travolsero come un’onda tutta l’Europa, mutando confini e paesaggi tanto quanto i rapporti tra le persone, i pensieri, i valori umani che fino a quel momento erano stati dati per scontati.

Era inevitabile che questo avrebbe avuto importanti conseguenze in ogni aspetto della vita umana. Umpensabile che il calcio e i calciatori, all’epoca tutt’altro che protetti da una “gabbia dorata”, sarebbero riusciti a evitare una follia che il mondo intero aveva già vissuto pochi decenni prima, quando i morti erano stati innumerevoli e la lezione sembrava essere stata appresa.

L’orrore causato dal nazifascismo avrebbe toccato le vite di milioni di persone: tra queste anche quelle di Asbjørn Halvorsen e Otto Harder, amici di lunga data che avevano scritto a Amburgo pagine di calcio indimenticabili le cui esistenze, in seguito allo scoppio della guerra, avrebbero preso direzioni drasticamente, e drammaticamente, diverse.

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Sam Bartram, il portiere nella nebbia

Il rinomato allenatore Alan Curbishley, che dal 1991 al 2006 si è seduto sulla panchina del Charlton, descrisse con poche ma efficaci parole l’eredità lasciata al club da uno dei suoi giocatori più rappresentativi di tutti i tempi:

Quando parli del Charlton uno dei primi nomi che qualsiasi tifoso o semplice appassionato cita è quello di Sam Bartram.

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José Leandro Andrade, “la Meraviglia Nera”

In principio fu Montevideo, in principio fu l’Uruguay. Il luogo dove si svolsero i primi Mondiali di sempre, datati 1930; la squadra che per prima alzò al cielo la Coppa Rimet.

Una compagine che univa classe e forza. La prima rappresentata da un attacco di artisti quali El Vasquito Pedro Cea, el Divino Manco Castro e Héctor Scarone, soprannominato el Gardel del fútbol per la sua eleganza infinita; la seconda sintetizzata nella durezza e nella tenacia di capitan Nasazzi, el Gran Mariscal, leader di una difesa a tratti insuperabile.

Tra difesa e attacco lui, José Leandro Andrade, mirabile sintesi di tutte le qualità che possono servire per creare il calciatore perfetto: fisico, eleganza, capacità di trattare la sfera e abilità nell’essere ugualmente efficace in entrambe le fasi di gioco.

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I Leoni di Highbury (di Lorenzo Fabiano Della Valdonega)

I Leoni di Highbury

Passa un anno, l’Italia di Vittorio Pozzo si è appena laureata Campione del Mondo battendo 2-1 la Cecoslovacchia nella finale di Roma con un gol di Angelino Schiavio al quinto minuto del primo tempo supplementare. Grazie a questo successo, ci meritiamo l’onore di andare a giocare a Londra nella tana dei Maestri; tuttavia non è ancora abbastanza per calcare l’erba imperiale di Wembley.

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John Madden, l’idolo del Celtic Park che divenne “il padre del calcio ceco”

6 luglio 1930, Stade des Charmilles, Ginevra.

Forse fu in quel momento che Jake Madden capì che la sua missione si era conclusa. Oltre ventimila persone circondavano il campo, in attesa di vedere all’opera quelli che poteva senz’altro considerare, senza mezzi termini, “i suoi ragazzi”.

I suoi e di nessun altro, perché quando era arrivato a Praga, oltre vent’anni prima, il football non era altro, per il popolo boemo, che un curioso passatempo, un gioco praticato da pochi appassionati e senza alcuna eccellenza.

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Lee Wai Tong, il Re del football cinese

Chissà se davvero un giorno si realizzerà il progetto che l’amico Nicholas Gineprini ben descrive nel suo libro “Il Sogno Cinese” e che prevede appunto uno sforzo da parte di federcalcio e governo cinesi per portare la nazione più popolosa al mondo in cima alla piramide calcistica entro il 2050.

Per adesso si tratta, appunto, soltanto di un sogno: nonostante possa contare su oltre un miliardo di abitanti, infatti, la Cina non ha mai potuto contare su undici bravi calciatori.

Questione di cultura, di passione, sono innumerevoli i motivi per cui il football non ha mai attecchito, e ancora oggi sono molti i dubbi su quale sarà la reale passione della popolazione, vero motivo di successo nel calcio più dei miliardi e di assi stranieri strapagati ma certamente non altrettanto motivati a lasciare un segno.

Certo è che, se il successo arriverà sarà necessario, più di tutto, ricordare un passato che seppur poco glorioso ha comunque avuto un lampo di speranza, un eroe che ispirò tanti giovani, una meteora che illuminò a giorno la notte cinese.

Il suo nome era Lee Wai Tong.

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Hughie Gallacher, leggenda e tragedia

Chi era mai quel piccolo uomo di mezza età che, da almeno un’ora, percorreva avanti e indietro la banchina della stazione ferroviaria di Gateshead? Erano ben pochi i presenti che se lo domandavano. Nonostante avesse appeso gli scarpini al chiodo da almeno vent’anni, tutti in città sapevano chi fosse Hughie Gallacher, l’ex grande centravanti del Newcastle e della Scozia.

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Il tramonto di Gorostiza, “Bala Roja”, distrutto dalla sua stessa grandezza

Quando morì nel Sanatorio de Tuberculosos de Santa Marina di Bilbao, provato da una vita di eccessi e povero in canna, Guillermo Gorostiza Paredes possedeva pochissimi beni personali. Tra questi, l’unico di valore era un portasigarette d’argento che il presidente del Valencia Luis Casanova gli aveva regalato dopo l’ultima partita con i ché; sul retro erano incise queste parole: “Al mejor extremo izquierdo del mundo de todos los tiempos”.

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Recensione: See You in Montevideo

Nel luglio del 1930 vengono giocati in Uruguay i primi Mondiali di calcio, un evento che senza alcun dubbio lascia un segno indelebile nella storia del calcio. Mai prima di allora si era svolto un torneo che vedesse le migliori scuole calcistiche del mondo sfidarsi per stabilire quale fosse la migliore. Mai prima di allora si erano avuti, in uno spazio tanto ristretto, tanti straordinari campioni.

A dire il vero numerose e prestigiose furono le defezioni che il torneo concepito da Jules Rimet subì: forti della loro autoproclamata superiorità naturale, i britannici rifiutarono in blocco di attraversare l’oceano per dimostrare ciò che per loro era ovvio, e per motivi diversi – prettamente di natura economica, dato che ai tempi il calcio per molti era “soltanto un gioco” – mancarono all’appello anche numerose rappresentative europee.

A tenere alto l’onore del Vecchio Continente giunsero infine soltanto Francia, Romania, Belgio e Jugoslavia. E soltanto quest’ultima avrebbe davvero dimostrato di non essere lì per caso, arrivando anzi ad un passo dalla finale e perdendola per un arbitraggio quantomeno discutibile.

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