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Tag: anni ’20

La leggenda di Eurico Lara, “Stella Immortale”

Protagonista assoluto nella storia del calcio, il Brasile nel corso degli anni è stato capace di raccontare agli appassionati centinaia di storie straordinarie. Quelle dei grandi campioni che hanno infiammato gli stadi nel momento in cui il gioco è diventato fenomeno planetario sono note più o meno a tutti, mentre molte altre restano a disposizione di chi ha tempo e voglia di scoprirle.

E anche se la storia di Eurico Lara potrebbe appartenere ai classici racconti che contraddistinguono questo sito che narra storie di uomini e di calcio, per la maggior parte di nicchia, la verità è che in Brasile questa è conosciutissima. Una vera e propria favola popolare, romantica e dal finale tragico.

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Hughie Ferguson, un solo gol brutto quanto indimenticabile

Il fatto che il nome di Hughie Ferguson e la sua storia siano praticamente sconosciuti da noi la dice tragicamente lunga sull’attenzione che abbiamo in Italia nei confronti della storia del football e dei suoi primi eroi, artefici della nascita dello stesso mito di cui oggi godiamo, forse un po’ troppo freneticamente, tutti.

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Eric Liddell: vita di un missionario scozzese a Tianjin

L’articolo che state per leggere è stato scritto da Nicholas Gineprini, autore del libro “Il Sogno Cinese 中国梦 Storia ed economia del calcio in Cina” e creatore del portale dedicato al calcio in questa particolare e pittoresca realtà “Calcio8Cina”: il consiglio è quello di seguire questo progetto per scoprire tanti dati e curiosità su un mondo calcistico così diverso e affascinante come quello cinese.

Nell’estate del 2018 alcuni tifosi del Tianjin Teda, si sono recati nella città di Weifang (provincia di Shandong) per assistere al match della propria rappresentativa giovanile valido per il campionato U17. Nulla di rilevante dal punto di vista della prestazione, ma assolutamente per quel che concerne la cultura sportiva. Tianjin e Weifang sono le due città che hanno segnato l’inizio e la fine della vita di Eric Liddell: scozzese, missionario, atleta olimpico, ma soprattutto un eroe per il popolo cinese e i supporters del Tianjin Teda.

Così un tifoso del Teda, Guanpeng Wang, uno dei fondatori del gruppo ultras Flying Tigers of Tientsin, scrive sui propri profili social.

Prima di andare a vedere la partita, sono stato al campo di concentramento di Weifang, con fiori blu e bianchi (i colori della mia squadra), ho scritto una lettera e portato una bandiera. Volevo dire grazie a Mr. Eric Liddell. Questo è il posto dove ci ha lasciati. Non tutti credono negli eroi, ma credo che Eric debba essere definito come tale.

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Pépe Soares e il “quarto d’ora da Belenenses”

“Un quarto d’ora da Belenenses” è una tipica espressione calcistica portoghese, che si riferisce a una squadra che in quindici minuti riesce ad andare a segno in numerose occasioni.

Si riferisce al debutto di José Manuel Soares Louro, detto “Pépe” Soares, che diciottenne, il 28 febbraio del 1926, fece il suo esordio con la maglia del Belenenses entrando al 75′ con la sua squadra sotto 1-4 contro il Benfica. 

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José Leandro Andrade, “la Meraviglia Nera”

In principio fu Montevideo, in principio fu l’Uruguay. Il luogo dove si svolsero i primi Mondiali di sempre, datati 1930; la squadra che per prima alzò al cielo la Coppa Rimet.

Una compagine che univa classe e forza. La prima rappresentata da un attacco di artisti quali El Vasquito Pedro Cea, el Divino Manco Castro e Héctor Scarone, soprannominato el Gardel del fútbol per la sua eleganza infinita; la seconda sintetizzata nella durezza e nella tenacia di capitan Nasazzi, el Gran Mariscal, leader di una difesa a tratti insuperabile.

Tra difesa e attacco lui, José Leandro Andrade, mirabile sintesi di tutte le qualità che possono servire per creare il calciatore perfetto: fisico, eleganza, capacità di trattare la sfera e abilità nell’essere ugualmente efficace in entrambe le fasi di gioco.

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John Madden, l’idolo del Celtic Park che divenne “il padre del calcio ceco”

6 luglio 1930, Stade des Charmilles, Ginevra.

Forse fu in quel momento che Jake Madden capì che la sua missione si era conclusa. Oltre ventimila persone circondavano il campo, in attesa di vedere all’opera quelli che poteva senz’altro considerare, senza mezzi termini, “i suoi ragazzi”.

I suoi e di nessun altro, perché quando era arrivato a Praga, oltre vent’anni prima, il football non era altro, per il popolo boemo, che un curioso passatempo, un gioco praticato da pochi appassionati e senza alcuna eccellenza.

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Harry Welfare, da spirito libero a idolo Fluzão

Nonostante il calcio moderno, soprattutto dopo la sentenza Bosman del 1995, sia ormai in gran parte un incredibile mix di culture diverse da loro – tanto che non ha quasi più senso parlare di identità calcistiche nazionali o di “stranieri” – il futebol brasiliano appare ancora oggi un mondo a sé, dove i “non brasiliani”, calciatori o manager, appaiono autentiche mosche bianche.

Merito di un Paese, il Brasile, che ha milioni di cittadini e che sforna talenti a getto continuo anche per via di una passione che spesso si trasforma in vera e propria religione. Un fattore che spinge i tanti club che fanno parte della CBF (la Confederação Brasileira de Futebol) a preferire, anche per motivi economici, la coltivazione delle promesse indigene all’acquisto di calciatori stranieri che magari, poi, poco sanno del calcio brasiliano e che faticherebbero ad ambientarcisi.

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Lee Wai Tong, il Re del football cinese

Chissà se davvero un giorno si realizzerà il progetto che l’amico Nicholas Gineprini ben descrive nel suo libro “Il Sogno Cinese” e che prevede appunto uno sforzo da parte di federcalcio e governo cinesi per portare la nazione più popolosa al mondo in cima alla piramide calcistica entro il 2050.

Per adesso si tratta, appunto, soltanto di un sogno: nonostante possa contare su oltre un miliardo di abitanti, infatti, la Cina non ha mai potuto contare su undici bravi calciatori.

Questione di cultura, di passione, sono innumerevoli i motivi per cui il football non ha mai attecchito, e ancora oggi sono molti i dubbi su quale sarà la reale passione della popolazione, vero motivo di successo nel calcio più dei miliardi e di assi stranieri strapagati ma certamente non altrettanto motivati a lasciare un segno.

Certo è che, se il successo arriverà sarà necessario, più di tutto, ricordare un passato che seppur poco glorioso ha comunque avuto un lampo di speranza, un eroe che ispirò tanti giovani, una meteora che illuminò a giorno la notte cinese.

Il suo nome era Lee Wai Tong.

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Jack Addenbrooke, il cuore e l’anima dei Lupi

Il nome di Jack Addenbrooke poco dirà alla stragrande maggioranza degli appassionati italiani di calcio, ma anche nell’Inghilterra della ricchissima Premier League, di Guardiola e Mourinho, potrebbe capitare che citando questo nome si ottenga dal nostro interlocutore uno sguardo perplesso e una domanda: “Chi era?”

Eppure, nella storia del football, nessuno più di Jack Addenbrooke ha saputo identificarsi con la squadra della propria città, risultandovi coinvolto sin dal primo giorno e dedicando poi ad essa la maggior parte della propria vita.

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L’ultimo doppio passo di Law Adam (con Carlo Perigli)

“Un altro, ne vogliamo vedere un altro!”. Il pubblico di Surabaja si agita e grida, invoca un altro colpo del suo idolo, vuole nuovamente strofinarsi gli occhi di fronte a quella maledetta diavoleria.

In campo, in quelle che di lì a poco smetteranno di chiamarsi Indie Orientali Olandesi, per prendere il nome di Indonesia, il 15 maggio del 1941 c’è solo un’amichevole tra Thor e Anasher, due squadre locali, ma il pubblico giunto per vedere la partita è quello delle grandi occasioni.

Ma non c’è da stupirsi, d’altronde il calcio rappresenta uno svago importante in tempi che iniziano a farsi complicati. Dicono che la guerra, che già da qualche anno sta devastando l’Europa, si stia per estendere anche nel Pacifico.

Quel che ancora non sanno però, è che la loro città diventerà il luogo chiave della lotta per l’indipendenza indonesiana. “Kota Pahlawan – la città degli eroi“ – questo il soprannome che potrà sfoggiare quando il colonialismo verrà sconfitto.

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Anversa 1920, le Olimpiadi della vergogna

La storia dei campionati mondiali di calcio è cosa nota ad ogni appassionato che si rispetti. È noto che i primi furono un’idea del francese Jules Rimet, figura fondamentale nell’epopea del pallone, e che vennero disputati in Uruguay nell’estate (ma lì era inverno) del 1930, quando l’Estadio Centenario di Montevideo vide quasi 70,000 spettatori presenti alla finale che il 30 luglio laureò l’Uruguay primo vincitore del torneo grazie alla vittoria per 4 a 2 sull’Argentina.

Quello che qualcuno ignora è che la FIFA riconobbe successivamente come “Mondiali di calcio dilettantistici” i tornei disputatisi nelle edizioni delle Olimpiadi del 1924 e del 1928. È questo il motivo per cui l’Uruguay, che ha vinto anche il famoso Mondiale del 1950 giocato in Brasile e passato alla storia per il Maracanaço, sfoggia sulle proprie maglie ben quattro stelle, indicanti ognuna una coppa del mondo conquistata.

Le due ufficiali (1930 e 1950) e le due medaglie d’oro conseguite durante le Olimpiadi di Parigi (1924) e Amsterdam (1928), periodo durante il quale la Celeste era sicuramente la squadra più forte del mondo.

Possiamo considerare quelli del 1924 e del 1928 i primi tornei “mondiali”, ma anche le Olimpiadi appena precedenti ebbero una discreta partecipazione in un gioco che oramai si avviava a diventare il più popolare del pianeta: peccato che questa competizione si concluse con una finale che ancora oggi è considerata una delle pagine più vergognose e controverse di sempre nel nostro amato sport.

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