Asbjørn Halvorsen e Otto Harder, l’eroe e il nazista

Asbjørn Halvorsen e Otto Harder

L’ascesa del nazismo e lo scoppio della seconda guerra mondiale travolsero come un’onda tutta l’Europa, mutando confini e paesaggi tanto quanto i rapporti tra le persone, i pensieri, i valori umani che fino a quel momento erano stati dati per scontati.

Era inevitabile che questo avrebbe avuto importanti conseguenze in ogni aspetto della vita umana, impensabile che il calcio e i calciatori, all’epoca tutt’altro che protetti da una “gabbia dorata”, sarebbero riusciti a evitare una follia che il mondo intero aveva già vissuto pochi decenni prima, quando i morti erano stati innumerevoli e la lezione sembrava essere stata appresa.

L’orrore causato dal nazifascismo avrebbe toccato le vite di milioni di persone: tra queste anche quelle di Asbjørn Halvorsen e Otto Harder, amici di lunga data che avevano scritto a Amburgo pagine di calcio indimenticabili le cui vite, in seguito allo scoppio della guerra, avrebbero preso direzioni drasticamente, e drammaticamente, diverse.

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Neil Franklin e il sogno sfumato di “El Dorado”

“Vivremo meglio di qualsiasi altro calciatore al mondo!”

Furono queste le parole che Neil Franklin pronunciò non appena sbarcò in Colombia. Parole certo non di circostanza, ma basate su quelli che a tutti gli effetti parevano fatti, solidi e inattaccabili.

Colui che nel 1950 poteva tranquillamente essere considerato il miglior difensore al mondo, però, non poteva sapere quanto si sbagliava.

Quello che aveva appena raggiunto, più che il famoso El Dorado calcistico di cui tanti parlavano nella vecchia Europa, avrebbe rappresentato la brusca fine di una carriera che era appena cominciata.

E che avrebbe potuto essere straordinaria.

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Dino Fiorini e Mario Pagotto, uniti dal calcio e divisi dalla guerra

11 giugno 1933.

Dino Fiorini, giovane virgulto del vivaio bolognese, debutta da titolare in prima squadra dove rapidamente scalerà i gradi.

La partita è Pro Patria-Bologna, il risultato finale 3 a 3. Il giovane si distingue bene, considerata l’età (di lì a un mese sarà maggiorenne), gioca con sicurezza mettendo in mostra ottime doti fisiche e tecniche. Insomma, il ragazzo “si farà”, anche se un carattere fin troppo esuberante potrebbe fermarlo: “Mettetevi d’accordo, perché presto uno dei due mi lascerà il posto!” dice alla coppia di terzini titolari della squadra, i fortissimi Monzeglio e Gasperi, che reagiscono con un ceffone bonario.

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Romualdas Marcinkus e il suo ultimo volo da campione ed eroe

romualdas marcinkus

La pallottola che mise fine alla vita di Romualdas Marcinkus arrivò improvvisa, alle spalle, mentre su ordine dei soldati nazisti che lo avevano catturato stava inoltrandosi in un bosco nei pressi di Danzica.

È assai probabile che, fino a un momento prima, l’eroe di guerra lituano stesse pensando all’ennesima impresa in cui si sarebbe lanciato, è possibile che stesse già progettando una nuova “grande fuga”, la stessa che non era andata a buon fine pochi giorni prima e che avrebbe persino ispirato, con l’eroismo di chi ne fu protagonista, un famoso film di Hollywood qualche anno dopo, a conflitto finalmente concluso.

Quella pallottola, sparata per ordine di Adolf Hitler, mise invece fine all’ultima delle molte vite di Romualdas Marcinkus: calciatore, patriota, eroe e infine martire, vittima della follia che la storia avrebbe ricordato come “seconda guerra mondiale”.

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Sergio Livingstone “El Sapo”, la storia del più grande portiere cileno mai esistito

Sergio Livingstone

Per qualcuno è stato il miglior portiere della storia del calcio.

E anche se il nome di Sergio Livingstone non viene ricordato al pari dei più famosi Lev Jašin, Américo Tesorieri, Ricardo Zamora e Dino Zoff, leggendo i racconti di chi ha assistito alle partite in cui questo straordinario portero cileno risulta facile comprendere perché negli anni ’40 qualcuno potesse dire che il più grande guardiano dei pali di sempre fosse cileno.

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Il Bologna, il Cesena, la guerra (di Bruno Gasperutti)

Sono numerose le pagine e i gruppi su Facebook che trattano storia e curiosità sportiva, un esercito di appassionati a cui cerco di dare spazio settimanalmente nel mio programma radio “Tre uomini e un pallone” (che potete ascoltare QUI mentre invece QUI ne trovate i podcast) e che meritano senz’altro di essere frequentati. Uno dei miei preferiti si chiama “Il grande calcio degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta” e vede la presenza di veri appassionati di fatti e statistiche. Questa breve ma significativa storia è stata riportata dal signor Bruno Gasperutti e riguarda uno dei numerosi fatti incredibili che avvennero durante la guerra di occupazione in Italia: mentre Alleati e fascisti combattevano, infatti, il pallone non aveva comunque smesso di rotolare.

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27 gennaio: Il calcio e la memoria

“A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo ad un orrore infinito. Ai miei occhi, invece, come a quelli dei testimoni di questi partita, questo momento di normalità è il vero orrore del campo.

Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontano da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora, ininterrottamente.”

(Giorgio Agamben in commento ad un episodio narrato da Primo Levi ne “I Sommersi e i Salvati”, in cui si fa menzione di una partita di calcio svoltasi all’interno di un capo di sterminio durante una pausa di lavoro, in cui si affrontarono i militanti delle SS e i membri delle unità speciali “Sonderkommando”, reclutati nelle file dei deportati)

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Géza Kertész, “lo Schindler del calcio”

Se nel “Giorno della Memoria”, che viene celebrato ogni 27 gennaio in ricordo delle vittime della Shoah, si scorrono le pagine dei quotidiani sportivi e dei siti di riferimento, sono diversi i nomi dei personaggi legati al calcio che finirono vittima della follia nazista e che chi è interessato alla storia può scorrere.

Ebrei come Árpád Weisz, l’allenatore del primo grande Bologna e scopritore all’Inter del grande Meazza, il talentuoso Leon Sperling, il primo idolo dell’Ajax Eddy Hamel, il portentoso pioniere del calcio americano József Braun ed il bomber tedesco Julius Hirsch che per la Germania aveva addirittura combattuto durante il primo conflitto mondiale.

Allargando il discorso ecco che si possono raccontare le storie di chi, non ebreo, si oppose comunque al nazismo e ne finì vittima: Matthias Sindelar, Milutin Ivković, Carlo Castellani e Vittorio Staccione. Un nome che invece è stato a lungo dimenticato è quello di Géza Kertész, recentemente soprannominato “lo Schindler del Catania”.

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Renato Raccis, il bomber sardo fermato solo dal destino

Moltissimi appassionati di calcio, chiudendo gli occhi e pensando al binomio “gol & Sardegna” avranno come prima e maestosa immagine quella di Gigi Riva, indimenticato bomber della Nazionale e del Cagliari Campione d’Italia nel 1970.

Pur essendosi distinto con la maglia degli isolani ed essendo sardo d’adozione, però, “Rombo di Tuono” era nato a Leggiuno, provincia di Varese. Ecco allora altri nomi: Pietro Paolo Virdis, Gianfranco Zola. la bandiera degli anni ’70 e ’80 Luigi Piras. E poi?

Renato Raccis, forse il primo vero bomber sardo del calcio italiano.

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Carlo Castellani, l’eroe di Empoli scomparso a Mauthausen

3 Dicembre 2011: siamo in Serie B, e a Empoli i padroni di casa giocano contro l’Ascoli.

Dopo appena 4 minuti Francesco Tavano riceve palla da Buscé e porta in vantaggio gli azzurri: è un goal storico, con il quale “Ciccio” Tavano entra nella storia dell’Empoli come il miglior marcatore di sempre della formazione toscana.

Succede dopo oltre 70 anni a Carlo Castellani, il campione a cui lo stadio empolese è dedicato.

Nell’occasione, finalmente, sono in tanti a ricordare chi fu questo grande giocatore, primo e più grande eroe di sempre della piccola compagine toscana.

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Matthias Sindelar, la “Cartavelina” che il Nazismo non riuscì a piegare

“Giocava a calcio, e non seppe
della vita molto altro.
Visse, perché doveva vivere
di calcio e per il calcio” [1]

A vederlo fuori dal campo nessuno avrebbe mai pensato che fosse uno sportivo: alto, scheletrico, il volto infossato dava risalto a un bel paio d’occhi azzurri che sembravano finiti lì quasi per caso. Se ti mostrava il fianco quasi scompariva, tanto breve era la distanza tra la schiena e il petto, quella fragile intercapedine in cui sono contenuti il cuore e tutti gli altri organi vitali.

Se però nei dintorni c’era un pallone, potevi stare tranquillo che ti saresti inaspettatamente ricreduto. Perché quell’uomo dall’aspetto così bizzarro era, semplicemente, il più forte calciatore al mondo. Lo chiamavano “Der Papierene”, “Cartavelina”, per via del suo aspetto fisico. O anche “Il Mozart del Calcio”, per il fatto di essere austriaco e di aver saputo fare con un pallone quello che il grande Amadeus ha fatto con la musica.

Incantare.

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Alexandre Villaplane, da eroe a nazista

13 luglio 1930. Allo stadio “Pocitos” di Montevideo, davanti a un migliaio di spettatori, ventidue uomini stanno per dare inizio alla grande storia dei Mondiali di Calcio.

Non sono gli unici a dire il vero, visto che in contemporanea su un altro campo, il glorioso “Gran Parque Central”, anche Stati Uniti e Belgio si sfideranno.

Rimane comunque, quella che si svolge al “Pocitos” tra Francia e Messico, una partita storica: non solo una delle prime due del Mondiale, ma anche quella dove viene siglato il primo gol di sempre nella lunga epopea della Coppa del Mondo.

Lo sigla Lucien Laurent, operaio della Peugeot, e l’incontro termina 4-1 per gli europei. L’attaccante francese, tuttavia, pur essendo l’autore della storica rete, non è il protagonista della nostra storia. Per trovarlo bisogna andare qualche decina di metri indietro, arrivando fino al centrocampo.

Ed eccolo, il nostro uomo: Alexandre Villaplane, centromediano metodista, capitano e leader dei francesi. Campione sopraffino dall’animo nero come la notte.

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