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27 gennaio: il calcio e la memoria

Durante l’Olocausto, il calcio non si fermò, ma vide i suoi protagonisti affrontare persecuzioni, deportazioni e morte. Questo articolo racconta le storie dimenticate di calciatori e allenatori ebrei, antifascisti o semplicemente oppositori, travolti dalla barbarie nazista. Un tributo a chi ha giocato con coraggio, anche quando il campo era un lager.

“A qualcuno questa partita potrà forse apparire come una breve pausa di umanità in mezzo ad un orrore infinito. Ai miei occhi, invece, come a quelli dei testimoni di questi partita, questo momento di normalità è il vero orrore del campo.

Poiché possiamo, forse, pensare che i massacri siano finiti – anche se qua e là si ripetono, non troppo lontano da noi. Ma quella partita non è mai finita, è come se durasse ancora.
Ininterrottamente.”

(Giorgio Agamben in commento ad un episodio narrato da Primo Levi ne “I Sommersi e i Salvati”, in cui si fa menzione di una partita di calcio svoltasi all’interno di un capo di sterminio durante una pausa di lavoro, in cui si affrontarono i militanti delle SS e i membri delle unità speciali “Sonderkommando”, reclutati nelle file dei deportati)

Il calcio e l’Olocausto: storie dimenticate di campioni sul campo e nei lager

Europa, primi del ‘900. Il football è passato dall’essere lo sport di una privilegiata élite di studenti inglesi a un fenomeno sociale in costante crescita, esploso prima nel Regno Unito e poi nel resto del continente. Un gioco per pochi diventava passatempo di molti.

Approdato in Italia grazie ai marinai inglesi delle navi mercantili, il calcio ha visto andare in scena il primo campionato e si è diffuso allo stesso tempo in Francia, in Svizzera e poi nell’Europa dell’Est. Le navi portarono anche il pallone.

In Germania è introdotto da un insegnante di lingua inglese, Konrad Koch, desideroso di cancellare i numerosi pregiudizi razziali che i suoi connazionali nutrono verso i britannici; in Russia ha dovuto superare la diffidenza del partito, che non lo giudicava uno sport sufficientemente comunista. Il calcio si scontrava con ideologie.

Il pallone ha già smesso di rotolare a metà degli anni ’10, quando è esplosa la Grande Guerra: tra il 1914 e il 1918 quasi 10 milioni di soldati sono caduti nelle trincee, tra cui anche numerosi calciatori, quegli eroi degli stadi che per primi seppero conquistare la folla calciando un pallone. Interi battaglioni di calciatori caddero in guerra.

Una lezione non sufficiente

A guerra conclusa è sembrato che tutti avessero imparato la lezione. Ma in capo a pochi anni il mondo precipita ancora una volta nel baratro: è il momento del fascismo, del nazismo, delle leggi razziali. Uomini che mandano a morire altri uomini.

La storia ricorderà questo lungo momento di follia con un nome tristemente adeguato all’orrore: “Olocausto”. Il momento in cui i calciatori finiscono per sfidarsi sui campi di battaglia, in cui addirittura compagni di un tempo possono ritrovarsi su fronti opposti. Il desiderio folle di sterminare un popolo.

Józef Klotz e la prima rete polacca

28 maggio 1922: la Polonia ha scoperto il calcio da appena una ventina d’anni grazie a una pittoresca partita che ha coinvolto i membri della troupe di Buffalo Bill. Solo l’anno precedente erano nati il primo Campionato e la Nazionale. Al loro terzo impegno, a Stoccolma contro la Svezia, i polacchi escono per la prima volta dal campo come vincitori. Una vittoria e un simbolo dimenticato.

2-1, ecco com’è finita quella storica partita: la prima rete, la prima in assoluto nella storia della Polonia, l’ha segnata con un preciso calcio di rigore Józef Klotz. Questo arcigno difensore, figlio di un calzolaio ebreo, si era distinto nelle file del Jutrzenka Cracovia e poi nel Maccabi Varsavia, due squadre che rappresentavano le minoranze ebree ben presenti nel Paese. Un eroe ebreo presto dimenticato.

Orrore a Varsavia

Giocatore tenace e combattivo, dovrà mostrare tutto il suo coraggio in un giorno imprecisato del 1941, quando finirà vittima dei nazisti dopo essere stato rinchiuso nel ghetto di Varsavia. Colpevole di essere ebreo, così come Stefan Fryc, che con Klotz aveva condiviso ruolo e maglia della Nazionale. Anche Fryc venne ucciso nel medesimo ghetto, dopo un tentativo di rivolta. Compagni in campo e nel destino.

leon sperling

Quattrocento chilometri più a sud, nello stesso anno, morì Leon Sperling. Aveva vestito la maglia della Polonia fin dalla prima gara della sua storia, e disputato 16 incontri in epoca di rarissime partite internazionali. Vero e proprio maestro del dribbling, veniva spesso preso di mira dai difensori che non riuscivano a fermarlo: lui rispondeva con altri dribbling, umiliando i prepotenti ed esaltando le folle.

Coetaneo e amico di Klotz, anche lui aveva militato nel Jutrzenka Cracovia. Dopo il ritiro si trasferì a Leopoli (Lwów), dove finì nel ghetto nazista. Una notte di dicembre, fu ucciso da un soldato ubriaco per puro divertimento. Un’esecuzione per puro capriccio. Pochi mesi prima era morto, nel medesimo ghetto, l’ala sinistra Marian Spojda.

Nessuna pietà per gli eroi

Anche l’Olanda conobbe la follia del nazismo. Qui, nei primi anni del football, si era distinto Eddy Hamel, ala destra rapidissima e primo idolo dell’Ajax. Nato a New York, tornato in Olanda con la famiglia, fu catturato mentre allenava e deportato ad Auschwitz, dove morì nelle camere a gas. Fu ucciso per un semplice ascesso.

Sempre in Olanda, a Dordrecht, si era rifugiato Árpád Weisz, che da calciatore aveva concluso la carriera in Italia vestendo le maglie di Padova e Inter; sempre nel nostro Paese era diventato allenatore di grande successo. Lanciò Giuseppe Meazza ancora adolescente.

Arpard-we

Precursore dell’organizzazione tattica e della preparazione fisica, vinse tre Scudetti prima di essere costretto a fuggire per via delle leggi razziali. Finì in Olanda, dove fu deportato ad Auschwitz con la moglie e i figli. Morì di fame e gelo nel 1944.

Un altro pioniere del calcio italiano scomparso nell’orrore fu Raffaele Jaffe, fondatore del Casale Calcio e vincitore dello Scudetto 1914. Convertito al cattolicesimo, fu ugualmente deportato.

Non tutti accettarono passivamente il fascismo. Vittorio Staccione, ex mediano di Torino e Fiorentina, fu deportato a Mauthausen per il suo attivismo antifascista. Morì per infezioni causate dalle torture. La stessa sorte, nello stesso luogo e per lo stesso motivo, toccò anche a Carlo Castellani, simbolo dell’Empoli. Scomparve invece a Buchenwald Icilio Zuliani, centravanti della Fiumana e anche lui apertamente contrario a Mussolini.

Julius Hirsch, nazionale tedesco e veterano della Grande Guerra, fu deportato ad Auschwitz nonostante la Croce di Ferro. Tradito dalla sua stessa patria.

Antoni Łyko, attaccante del Wisla Cracovia, soprannominato “l’uomo senza nervi”, fu internato e ucciso come dissidente politico. Scomparve nella follia dei lager.

Un massacro senza fine

József Braun, nove volte campione ungherese con l’MTK, si ritirò a 24 anni per infortuni. Tornato in Europa per allenare, fu catturato e ucciso. Un talento cancellato senza traccia.

Antal Vágó, suo compagno, fu fucilato sulle rive del Danubio. Colpevole solo di essere ebreo.

Géza Kertész e István Tóth, allenatori in Italia, salvarono oltre cento ebrei ungheresi prima di essere fucilati. Uccisi pochi giorni prima della liberazione.

Milutin Ivković, ex nazionale jugoslavo e medico, fu fucilato dai nazisti per aver collaborato coi partigiani. Cadde colpendo il suo carnefice.

Evgen Betetto, fondatore del primo club sloveno e giornalista sportivo, fu deportato e morì a Dachau nel 1945. Pioniere sloveno spento nel lager.

All’inferno e ritorno

Qualcuno sopravvisse. Gottfried Fuchs, 10 reti in una sola gara alle controverse Olimpiadi del 1920, emigrò in Canada. Non tornò mai nella sua patria.

Mario Pagotto, difensore del Bologna, fu liberato dopo aver giocato in un terribile (e mai confermato ufficialmente) “mondiale dei lager”. Tornò a raccontare l’orrore vissuto.

Ferdinando Valletti, mediano del Milan, si salvò grazie al calcio, finendo in cucina nel campo. Aiutò altri prigionieri a sopravvivere, e al suo ritorno a Milano raccontò gli orrori vissuti ai giovani studenti fino all’ultimo dei suoi respiri.

Al contrario, Dino Fiorini, fascista e compagno di Pagotto, fu giustiziato dai partigiani. Punito dopo la caduta del regime.

Cecilio Pisano, Alexandre Villaplane e Josip Šolc collaborarono con i regimi: finirono tutti uccisi. Pagando il prezzo delle loro scelte.

Calcio e memoria

Il pallone non si fermò, ma imparò a ricordare. Una memoria che va tramandata sempre.


Nota: ho volutamente evitato di citare la famosa “Partita della Morte”, che si dovrebbe essere svolta tra ufficiali nazisti e prigionieri ucraini, perché semplicemente pare che questa non sia mai avvenuta. Per ulteriori informazioni vi invito a leggere Edoardo Molinelli, che per Minuto Settantotto ha scritto “La partita della morte, o del perché l’uomo non ama la verità”.


BIBLIOGRAFIA:

  • Marani, Matteo (2014) Dallo Scudetto ad Auschwitz – Storia di Arpad Weisz, allenatore ebreo, Imprimatur
  • Mello, Niccolò (2015) Salvate il soldato pallone, Bradipolibri
  • Quartarone, Roberto (2016) Due eroi in panchina, Edizioni Incontropiede
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Simone Cola
Simone Colahttps://www.uomonelpallone.it
Amante del calcio in ogni sua forma e degli uomini che hanno contribuito a scriverne la leggenda

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