Il 4 luglio 2015 il Cile, battendo l’Argentina ai rigori, ha conquistato la 44ª Copa América, il trofeo calcistico per nazionali più antico al mondo. Le sue radici affondano nel 1916, quando in Argentina si disputò la prima edizione ufficiale con sole quattro squadre. Fu un torneo pionieristico, tra organizzazioni fragili, rivalità già accese e talenti destinati a scrivere la storia del calcio mondiale.
La Copa Amèrica, che il prossimo anno festeggerà un secolo di storia, è il torneo calcistico tra rappresentative nazionali più antico al mondo, a esclusione naturalmente del British Home Championship, il Torneo Interbritannico che nel calcio dei pionieri metteva di fronte Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles, le uniche nazionali esistenti all’epoca.
Un vero torneo dei pionieri
La prima edizione della Copa ebbe luogo in Argentina, dal 2 al 17 luglio 1916, con la partecipazione delle quattro nazionali allora esistenti. In quei giorni nacque anche la CONMEBOL, l’organismo che controlla il calcio sudamericano a livello continentale, fondata il 9 luglio proprio a Buenos Aires: un segnale della crescente volontà di dare stabilità e istituzionalità a un calcio sudamericano in pieno fermento.
Come sempre, quando si parla del calcio dei pionieri, ci si trova davanti a uno sport molto diverso da quello moderno — soprattutto nell’organizzazione — ma già capace di mostrare come il football fosse passato, in breve tempo, da passatempo tra marinai e operai inglesi a passione popolare di massa. In Sud America, più che altrove, il distacco dallo stile dei “maestri” britannici fu netto e deciso, quasi fosse volontà di popoli come argentini, brasiliani e uruguaiani di dare vita a una maniera di giocarlo e viverlo tutta loro.
Prima della prima
Prima dell’edizione ufficiale del 1916, nel 1910 si era già svolto in Argentina un torneo tra rappresentative nazionali chiamato Copa Centenario Revolución de Mayo, istituito per celebrare il secolo d’indipendenza argentina. A vincerla erano stati i padroni di casa, grazie anche a star come Arnold Pencliffe Watson Hutton e Juan Enrique “Harry” Hayes, con un trionfo per 4-1 sull’Uruguay guidato, in campo e in panchina, dal leggendario centromediano scozzese John “Juan” Harley.
La Copa Centenario è ancora oggi considerata da molti come la primissima Copa América, anche se la CONMEBOL non la riconosce ufficialmente. Nel frattempo, il calcio sudamericano stava evolvendo: diventava più tecnico e meno fisico, e gli immigrati europei che ne avevano caratterizzato i primi anni lasciavano il passo ai giocatori nativi.
Le federazioni, però, erano ancora fragili: il Brasile arrivò in Argentina solo dopo lunghe dispute interne e addirittura in treno, perché la nave era stata riservata alla delegazione diplomatica guidata dal senatore, giurista e scrittore Ruy Barbosa, che non voleva viaggiare con quei calciatori che lui stesso aveva definito “dei vagabondi”.
Uruguay, l’alba di un mito
L’Uruguay si affermò presto come potenza calcistica mondiale, preludio ai trionfi olimpici e mondiali degli anni ’20. A Montevideo, Nacional e Peñarol già davano vita alla loro rivalità. In campo brillava Isabelino Gradín, attaccante del Peñarol e campione sudamericano anche nei 200 e 400 metri, che alla fine sarebbe stato il capocannoniere del torneo con 3 reti.
La sua pelle, nera come quella dei compagni d’attacco Ángel Romano e Juan Delgado spiccava in un’epoca in cui i calciatori afrodiscendenti erano rarissimi. La sua classe faceva la differenza al punto che il Cile capitano da Ramón Unzaga – a lungo considerato erroneamente l’inventore della rovesciata – presentò un ricorso contro la sua presenza in campo, sostenendo che non fosse uruguaiano ma africano.

Accanto a Gradín, la Celeste poteva contare su José Piendibene, centravanti sopraffino che segnò oltre 300 reti senza mai esultare per rispetto dell’avversario, e che ebbe l’onore di realizzare il primo gol della storia della Copa América, proprio come aveva fatto nel 1910, appena 20enne, alla Copa Centenario Revolución de Mayo. Nel 1916 di anni ne aveva 26 ed era ormai considerato da molti tifosi il miglior calciatore al mondo, non a caso soprannominato El Maestro.
I primi lampi di classe
L’Argentina debuttò con un perentorio 6-1 contro il Cile e tre doppiette: andarono a segno Ohaco e Marcovecchio, stelle del Racing Club e tra i primi campioni acclamati del calcio argentino, e il difensore Juan Domingo Brown. Questi era uno degli ultimi discendenti della famiglia Brown, che aveva dato l’imprinting al gioco nel Paese con il leggendario club dell’Alumni, ed era uno specialista dei rigori: entrambe le sue reti arrivarono con un tiro dagli undici metri.

Il Brasile mostrò orgoglio, ma poca unità e una qualità non sufficiente a competere con Argentina e Uruguay nonostante la presenza in campo di Arthur Friedenreich, soprannominato El Tigre per la sua ferocia nell’area avversaria e tra i personaggi più importanti del torneo. Figlio di un immigrato tedesco e di una brasiliana di colore, era mulatto, e per poter giocare in un Brasile dove la discriminazione razziale era quasi una regola aveva adottato numerosi espedienti.
Soprattutto a inizio carriera, Friedenreich era solito lisciare i capelli crespi con la gelatina e schiarirsi la pelle con crema di riso. Successivamente per lui avrebbero parlato gli oltre mille gol in carriera, l’infallibilità nell’uno contro uno e una vita che mentre il calcio esplodeva nel Paese, anche grazie a lui, lo vedeva bohémien tra cabaret, cognac e sigari costosi.

La Copa Amèrica 1916, un torneo ancora in fase embrionale
Il Brasile, forse anche a causa del lungo viaggio in treno, non fu però brillante. Pareggiò 1-1 contro il Cile all’esordio, e ottenne lo stesso risultato con l’Argentina. Un episodio che la dice lunga su quale fosse il livello del calcio sudamericano all’epoca è senza dubbio quello che riguardò questa partita, in cui gli argentini furono raggiunti sul pari dopo essere andati in vantaggio con José Laguna.
Bomber dell’Huracán poco più che 20enne, Laguna aveva raggiunto lo stadio come tifoso ma era stato invitato a scendere in campo quando il bomber Ohaco aveva dovuto lasciare i compagni improvvisamente a causa di urgenti motivi lavorativi. Il Brasile perse anche l’ultima gara, la terza giocata in sei giorni, contro l’Uruguay in grado di rimontare l’iniziale svantaggio firmato proprio da Friedenreich.
La formula del girone in cui tutte le squadre si sfidavano tra loro aveva espresso così i suoi equilibri: Cile ultimo con un punto, Brasile terzo con due, frutto di altrettanti pareggi, quindi Argentina con tre e Uruguay con quattro prima della sfida decisiva tra loro. Una gara che all’epoca non era mai banale, considerando l’accesa rivalità nata già in occasione della primissima sfida del 1902, e in cui la Celeste poteva accontentarsi anche del pareggio.
Una “finale” caotica
La partita decisiva tra Argentina e Uruguay si disputò il 16 luglio 1916 a Buenos Aires. Ma l’organizzazione si rivelò disastrosa: bagarini e falsari avevano venduto più biglietti del dovuto e circolò la voce che l’ingresso fosse gratuito. Circa 40.000 persone si accalcarono in uno stadio che ne poteva contenere la metà. Dopo pochi minuti di gioco, con parte delle tribune in legno in fiamme, l’arbitro — il cileno Carlos Fanta, anche selezionatore della nazionale — sospese l’incontro.
Si riprese il giorno dopo all’Estadio del Racing Club di Avellaneda, e nonostante la pressione argentina il risultato restò sullo 0-0 fino al fischio finale grazie al portiere uruguaiano Cayetano Saporiti, considerato all’epoca uno dei più forti estremi difensori in circolazione e quel pomeriggio in giornata di grazia.
L’Uruguay vinse così il primo Campeonato Sudamericano de Football, antenato della Copa América. Non ci fu però alcuna coppa da sollevare: il trofeo ufficiale sarebbe stato realizzato soltanto l’anno successivo. Per questa edizione straordinaria fu consegnata una coppa provvisoria, la cosiddetta Copa Murature, dal nome del ministro argentino degli Esteri. Era appena nata la leggenda della Celeste, destinata negli anni successivi a dominare il calcio mondiale.






