Nel calcio dei pionieri c’è stato un centravanti capace di segnare gol a raffica, di far arrampicare i tifosi sui muri del vecchio campo del Barcellona e poi svanire nel nulla. Si chiamava George Pattullo, veniva da Glasgow, lavorava nel carbone, vinse tutto in una stagione sola e sparì improvvisamente finendo con l’essere quasi del tutto dimenticato.
Prima di Lionel Messi e Ronaldinho, prima ancora di Johan Cruijff e László Kubala, prima persino di Pepe Samitier e Paulino Alcántara, il Barcellona ha avuto come idolo e bomber un centravanti scozzese che incredibilmente oggi quasi nessuno ricorda. Un campione che metteva insieme numeri da videogame, che insegnava ai compagni come colpire il pallone al volo e che, in appena due anni di permanenza, ha fatto impazzire un’intera città.
Poi, improvvisamente e misteriosamente come era arrivato, è sparito nel nulla. Ha abbandonato il calcio, uno sport che aveva dimostrato di poter dominare, e un popolo che lo aveva eletto a proprio eroe. Tornato a essere un semplice commerciante di carbone ha visto la morte in faccia nelle trincee della Somme e la sua vita sgretolarsi tra problemi di salute e alcolismo. Si chiamava George Simpson Drynan Pattullo, veniva da Glasgow e fu la prima vera stella del Barcellona.
Glasgow, carbone e un destino già scritto
Era nato il 4 novembre del 1888, figlio di un imprenditore impegnato nel commercio del carbone. In quegli anni il calcio britannico stava cambiando profondamente: l’Inghilterra aveva liberalizzato il professionismo, dando vita allo sport che oggi tutti conosciamo, ma la Scozia restava un punto di riferimento. I soldi inglesi erano infatti destinati soprattutto agli scotch professors come Fergus Suter, e proprio nel 1888 il Renton si era laureato campione del mondo.
Lo sport certo appassionava il giovane George, ma non più del lavoro: appena 20enne, terminati gli studi, aveva lasciato Glasgow per occuparsi del commercio di carbone a Barcellona, che all’inizio del XX secolo era contraddistinta come molte altre città portuali da una piccola colonia britannica che aveva portato con sé le proprie abitudini, comprese alcuni palloni di cuoio e un gioco che presto avrebbe conquistato tutta l’Europa.
A Barcellona, per mantenersi in forma, Pattullo praticava numerose discipline. Era uno sportman completo, tipico della sua epoca: giocava a tennis, a rugby, a hockey su prato e soltanto occasionalmente a calcio. Quest’ultimo non era neanche stato la sua prima scelta, dato che appena arrivato si era distinto soprattutto con una racchetta in mano vincendo il singolare e il doppio della Copa Gariga organizzata dal prestigioso Real Club de Tenis, istituzione cittadina oggi intitolata a Rafael Nadal.
Il portiere che segna cinque gol sotto gli occhi di Gamper
Nessuno avrebbe potuto immaginarlo anche perché, è bene contestualizzare, il calcio in Spagna era ancora poco diffuso e il Barcellona non era altro che un club cittadino, nato da poco più di una decina di anni e costretto a vivere con poche risorse. La più grande di queste ultime era però il presidente e fondatore Hans Gamper, ossessionato dall’idea di migliorare la squadra al punto da passare intere giornate alla ricerca di giocatori in ogni campo della città.
Nel 1910, un giorno, Gamper si ritrovò ad assistere a un’amichevole sul campo della Conreria, a Badalona. Una selezione universitaria sfidava la colonia britannica della città, e in porta per questi ultimi c’era uno scozzese che non sembrava esattamente a proprio agio nel ruolo. Si trattava proprio di George Pattullo, che dopo avere incassato ben 5 reti chiese e ottenne di poter cambiare ruolo e andò a posizionarsi in attacco.
Quello che accadde dopo potrebbe essere benissimo una leggenda metropolitana, se non ci fossero le testimonianze di chi si trovò ad assistere alla gara: sotto gli occhi esterrefatti di Gamper e di tutti i presenti, Pattullo travolse gli avversari segnando uno dopo l’altro ben 5 gol e trascinando i britannici a una rocambolesca vittoria per 6-5. Ancora stordito da tanta qualità calcistica, peraltro esplosa improvvisa e inaspettata, Gamper non poté fare altro che chiedergli a fine partita di unirsi al Barcellona. E George accettò.
Una stagione sola, numeri da capogiro
Il debutto ufficiale con la maglia blaugrana arrivò il 24 settembre 1910, in un’amichevole contro l’Espanyol che si concluse 1–1 e in cui andò immediatamente a segno. Il calcio era ancora un affare per pochi, ma dopo poche settimane già tutti in città parlavano di una “macchina da gol scozzese”, che giocava nel Barça e segnava praticamente a ogni partita.
Dall’esordio alla primavera del 1911 Pattullo mise insieme la cifra irreale di 41 reti segnate in appena 23 partite. In un’epoca in cui i campionati erano ancora cittadini è bene precisare che la cifra comprendeva tornei ufficiali, ma anche amichevoli contro avversari più o meno qualificati. Resta comunque il fatto che parliamo di 1,8 gol a partita, media mai raggiunta in futuro da nessuna delle grandi stelle che hanno indossato la maglia del Barcellona.
Inoltre, nel pur breve periodo in cui fu la stella del Barça, Pattullo vinse tutto: il Campeonato de Cataluña de fútbol, il campionato catalano, e la Copa de los Pirineos, ufficialmente Challenge Internationel du Sud de la France, la coppa dei Pirenei in cui si sfidavano squadre spagnole e francesi e che possiamo considerare una lontana antenata delle future coppe europee. Ispirò inoltre i giovani talenti del club, tra cui due futuri fuoriclasse epocali come Pepe Samitier e Paulino Alcántara.
L’ideatore della media vuelta
Quest’ultimo lo avrebbe ricordato con grande ammirazione, attribuendogli anche l’invenzione della media vuelta, un gesto tecnico con cui l’attaccante spalle alla porta si libera del difensore effettuando una girata improvvisa di 180° per poi calciare direttamente in porta quasi in un unico movimento. Molti anni prima di Johan Cruijff e del suo famoso turn, insomma, era uno scozzese a mostrare magie ai tifosi catalani.
Uno dei miei insegnanti fu Pattullo, l’inventore della media vuelta. Desideravo emulare la sua abilità con la palla, così prendevo un pallone, lo lanciavo contro un muro e lo colpivo al volo prima che toccasse terra, cercando di calciarlo nel modo più preciso possibile nella direzione che desideravo.
Paulino Alcántara, stella del Barcellona negli anni ’20 e ’30
Tanta qualità tecnica, in un’epoca in cui il calcio era ancora rude e pionieristico al di fuori della Gran Bretagna, la dice lunga sull’impatto che Pattullo ebbe nel club, che del resto ancora oggi lo omaggia quando si parla di “stile Barça“. Ma c’è anche un altro episodio che racconta benissimo come nel giro di pochi mesi, magia dopo magia, lo scozzese si ritrovò ad avere una città ai propri piedi.
Pattullo, i Culers e una città arrampicata sui muri
In quegli anni il Barcellona giocava al Camp de la Indústria, un piccolo impianto incastrato tra le case. Con Pattullo in campo la squadra era inarrestabile, vinceva tutte le gare e segnava valanghe di gol. Per questo i tifosi iniziarono a stiparsi ovunque pur di osservarne le gesta. Sugli spalti, sui tetti, persino sul muro di cinta, le gambe penzoloni e il sedere rivolto verso la strada.
Leggenda vuole che proprio in quegli anni nasca il soprannome Culers, poi diventato Culés in castigliano: i passanti, guardando in alto, vedevano file di fondoschiena appesi al muro del Camp de la Indústria e cominciarono a chiamare quei tifosi els culers, “quelli del sedere all’aria”. Da lì, nel tempo, il termine si sarebbe esteso a tutto il popolo blaugrana. Se la storia è vera o solo una leggenda è impossibile dirlo con certezza, ma certo racconta bene l’impatto di Pattullo.
Il campione che voleva restare dilettante
Nonostante la gloria, nonostante le vittorie, nonostante l’ammirazione dei tifosi e dei compagni, Pattullo non pensò mai al calcio come a una possibile professione. Proprio mentre le prime squadre spagnole iniziavano a pagare sotto banco i migliori giocatori, lui salutò tutti improvvisamente e tornò in Scozia per occuparsi degli affari di famiglia. La sua avventura al Barça era durata meno di un anno, ma l’impronta lasciata nel calcio spagnolo era enorme.
Il Barcellona ha perso un giocatore senza prezzo, i suoi tifosi un idolo, e i nostri portieri potranno finalmente rilassarsi ora che il più temuto degli attaccanti è andato via. Hip hip hurrà per Pattullo!
El Mundo Deportivo, 1911
Si racconta che persino l’Espanyol, che proprio sfruttando le pieghe del falso dilettantismo intendeva superare i rivali del Barcellona, offrì una considerevole cifra alla stella blaugrana per convincerlo a cambiare maglia. Ma lui non ci pensò neanche per un attimo, svanendo quasi nel nulla. Non sarebbe mai più tornato, se non per un’ultima leggendaria partita che aggiunge ulteriori strati di romanticismo a tutta questa storia.
Una leggendaria ultima partita
Nel 1912 il Barcellona deve affrontare l’Espanyol nella semifinale della Coppa dei Pirenei. Un telegramma del club giunge fino in Scozia, dove George è impegnato nella vita di tutti i giorni a Glasgow: lo implorano di tornare, tanto la gara è importante. E dopo giorni di silenzio lui risponde con un altro telegramma. Dice soltanto che ci sarà, senza firmarsi perché chi dovrà trascrivere il messaggio potrebbe essere un tifoso dell’Espanyol e rovinare il colpo di scena.
In qualche modo la notizia si sparge ugualmente in città. Si dice che il portiere avversario, Pedro Gibert, scruti tutti i giorni la stazione per tentare di scorgere la figura di Pattullo. E non parliamo certo di un portiere qualsiasi, ma di Grapas Gibert, così soprannominato (“graffette”) per la sua abitudine di bloccare i tiri con una sola mano e idolo giovanile del futuro Divino Ricardo Zamora, uno dei migliori portieri nella storia del calcio. Eppure anche lui si è dovuto arrendere tante volte allo scozzese, anche lui lo teme.
Un timore fondato quello di Gibert, perché la partita va proprio come la sceneggiatura di un film: Pattullo arriva alla stazione, scende in campo e segna una doppietta nel 3-2 che promuove il Barça ai supplementari. Quindi, prima di tornare in Scozia come se quanto fatto fosse la cosa più naturale del mondo, raggiunge i dirigenti. E dopo aver ricordato loro che lui ha sempre giocato unicamente per passione, restituisce loro il denaro speso dal club per pagargli almeno il viaggio e l’alloggio in città. Quindi torna nuovamente in Scozia.
Trincee, gas e una medaglia sul petto
Pochi anni più tardi la vita di milioni di uomini viene sconvolta dalla follia della Grande Guerra. Il mondo resta in sospeso, mentre intere generazioni venivano spedite al fronte. Tra questi anche Pattullo, che si arruola nella Tyneside Scottish Brigade composta in gran parte da scozzesi emigrati nel nord-est dell’Inghilterra.
Sul fronte occidentale il calcio sa ancora ritagliarsi un piccolo spazio, con storie eroiche e romantiche come quella della tregua di Natale. Ma la realtà di tutti i giorni è fatta di fango, urla, sangue, morte. George ha sempre fatto il suo dovere, e anche stavolta non si tira indietro: non solo sopravvive al conflitto, ma al termine viene anche onorato di una croce militare al valore, riconoscimento assegnato a chi si è distinto con particolare valore in battaglia.
Purtroppo, però, i gas respirati nelle trincee hanno lasciato un segno indelebile sul suo corpo. Con i polmoni devastati, l’uomo che un tempo correva imprendibile sul Camp de la Indústria fatica persino a respirare. Se lo sport un tempo era stato il suo passatempo preferito, adesso non può che essere un ricordo, un capitolo che neanche 30enne non potrà più permettersi di riaprire.
Newcastle, il clima di Maiorca e una breve panchina
Finita la guerra, Pattullo prova a ricostruirsi un’esistenza normale. Si stabilisce a Newcastle, torna al mondo del carbone, prova a vivere come un uomo qualsiasi in un Paese che porta ancora addosso il trauma della Grande Guerra. La salute però non lo lascia in pace: i polmoni rovinati, la fatica quotidiana, un corpo che non regge più gli sforzi, sono fardelli insostenibili per un uomo che era capace di qualsiasi impresa.
I medici gli consigliano un clima più mite. Così George si trasferisce a Maiorca, allora ancora lontana dall’immaginario turistico di massa. Sceglie la luce del Mediterraneo come rifugio, sperando che l’aria dell’isola rallenti almeno in parte il decorso della malattia. È lì che gli viene affidata, per un breve periodo, la guida del Baleares FC, antenato dell’attuale Atlético Baleares. Non è l’inizio di una nuova carriera, ma una parentesi: qualche partita, un’esperienza in panchina, poi di nuovo silenzio.
Prima c’è stato un suggestivo ritorno al Barcellona, seppur soltanto simbolico. Il 17 aprile 1928, nel nuovo Camp de Les Corts, è stato chiamato dall’unico club della sua vita per battere il calcio d’inizio di una partita di campionato contro il Real Oviedo. Dopo, invece, scoppia la guerra civile. Dopo aver visto da vicino gli orrori della Somme, e intenzionato a non rivivere la stessa terribile esperienza, George torna nuovamente in Gran Bretagna. Stavolta per sempre.
La prima stella blaugrana che nessuno ricordava
Gli ultimi anni di vita li passa in Inghilterra, tra i sobborghi di Londra, alle prese con problemi respiratori sempre più gravi e una dipendenza dall’alcol che peggiora la situazione. Le poche testimonianze su di lui descrivono un finale di vita consumato tra malattia e fragilità, lontano da qualsiasi romantica immagine del vecchio campione celebrato allo stadio. Muore il 5 settembre 1953 a Putney, nel sud-ovest di Londra. Nessun pellegrinaggio di tifosi, nessuna tomba-memoriale: solo un nome inciso nella pietra e un passato che sembra svanito.

Per decenni il nome di George Pattullo rimane nascosto negli archivi, complici anche le stranezze della sua identità. Nei giornali dell’epoca, nei registri delle partite, il suo cognome compare accanto a una sfilza di varianti: John, Jorge, Jordi, José, Georges, George. Sei versioni diverse, abbastanza da mandare in confusione chiunque provi, a distanza di anni, a mettere ordine tra tabellini e marcatori.
Solo recentemente, incrociando fonti catalane, scozzesi, francesi e gli stessi archivi del club, gli storici sono riusciti a ricostruire con una certa sicurezza la sua valanga di gol: quei 41 centri in poco più di venti partite che lo rendono, in termini di media, il più prolifico attaccante della storia del Barcellona. Anche più di Alcántara, anche più di Messi, se ci limitiamo a quel rapporto secco tra partite giocate e reti segnate.
Messi prima di Messi
È un articolo pubblicato da WorldSoccer nel 2012, che parla di lui come di una sorta di “primo Messi” e a cui ovviamente questo racconto deve molto, che contribuisce a riportare la sua figura al centro della curiosità di appassionati e ricercatori: un eroe di guerra scozzese, amatissimo dai tifosi, capace per primo di indicare la strada a un club che era ancora alla ricerca di sé stesso, e che oggi è uno dei più leggendari nella storia del calcio e viene tifato da milioni di persone in ogni angolo del pianeta.
George Pattullo è stato un calciatore per un solo anno della sua vita. Un calciatore del Barcellona, il primo idolo di un popolo che da quel giorno si sarebbe stropicciato gli occhi con fenomeni generazionali. Ha segnato una valanga di gol, ha vinto tutto, quindi è tornato alla vita di tutti i giorni, come se quella avventura in blaugrana non fosse stata altro che un breve, meraviglioso, sogno. Un campione che ha scelto di restare semplicemente un uomo, ma che per fortuna non sarà mai dimenticato dal club che ha reso grande.
George Simpson Drynan Pattullo
- Nazionalità: Scozia
- Nato a: Glasgow (Scozia) il 4 novembre 1888
- Morto a: Putney (Inghilterra) il 5 settembre 1953
- Ruolo: attaccante
- Squadre di club: Barcellona (SPA)
- Trofei conquistati: Campionato Catalano 1910/1911, Coppa dei Pirenei 1912
Sitografia:
- McMullen, I. (26/02/2012) Forgotten Barcelona star restored to former glory – WorldSoccer
- (06/02/2019) George Pattullo: Barcellona’s forgotten Scottish goal machine – FourFourTwo





