Raffaele Jaffé non è solo un nome inciso nella storia del calcio italiano: è l’uomo che trasformò un’idea da aula scolastica in uno Scudetto prima di finire vittima della follia dell’Olocausto. Professore, dirigente, mecenate nel senso più concreto del termine, Jaffé ha dato a Casale Monferrato una squadra di cui essere orgogliosi e creato un mito che vivrà per sempre.
Un professore venuto da Asti
Nell’ottobre del 1909 il calcio in Italia esiste da poco più di un decennio, ma superati i primi tempi a dir poco pionieristici sta lentamente conquistando tutto il Paese. In modo ancora più rapido di quanto sia accaduto in Inghilterra, dove è stato per lungo tempo soprattutto il passatempo di un’élite, è diventato estremamente popolare soprattutto tra i giovani.
Il pallone ha conquistato anche gli studenti adolescenti di un istituto tecnico di Casale Monferrato. I ragazzi sono così entusiasti di quel gioco da parlarne a tutti, compreso il loro professore di scienze che un giorno viene quasi trascinato a forza ad assistere a una partita. Quel professore, poco più che 30enne, si chiama Raffaele Jaffé, ed evidentemente apprezza enormemente lo spettacolo. Infatti sarà proprio lui, poche settimane più tardi, a dare vita a una squadra che scriverà uno dei primi grandi capitoli della storia del calcio in Italia.
Jaffé era nato ad Asti l’11 ottobre del 1877, figlio di Leone Jaffé e Debora Foa: radici ebraiche solide e anima piemontese, in un’Italia che alla fine del XX secolo sembrava ancora una terra ricca di promesse. Dopo essersi laureato aveva ottenuto la cattedra di Scienze Naturali e Chimica, dedicandosi all’insegnamento senza però mai perdere di vista curiosità – era un grande studioso di enologia – e attaccamento al territorio.
Nascere “in contrasto”: la maglia nera e la stella bianca
Il 17 dicembre del 1909, a pochi mesi di distanza da quell’anonima quanto affascinante partita vista a Caresana insieme ai propri studenti, Raffaele Jaffé fonda nell’aula 1 dell’Istituto Tecnico Leardi il Casale Foot Ball Club, squadra cittadina che si pone da subito un obiettivo ambizioso e apparentemente irrealizzabile. Sfidare, e ovviamente sconfiggere, i rivali e vicini della Pro Vercelli, compagine straordinaria che si è appena laureata campione d’Italia.
La scelta della casacca nera del Casale nasce proprio dalla contrapposizione al bianco che contraddistingue la Pro Vercelli. Ad abbellire una maglia che entrerà nella storia per la sua unicità un dettaglio, una stella bianca – inizialmente di carta – ritagliata da un quaderno, l’idea di uno dei primi punti fermi della squadra, Luigi Cavasonza.
Parliamo di un calcio ancora agli albori, dove i miracoli hanno ancora concrete possibilità di diventare realtà nel giro di pochi anni. Così accade al Casale, che al debutto in Terza Categoria ottiene subito la promozione superando Veloces Biella e il neonato Torino. Centrata una seconda promozione consecutiva, la squadra si trova in massima divisione appena due anni dopo essere stata fondata.
Priocco, maggio 1913: il Reading cade davvero
Nel maggio del 1913 il Casale è reduce da due campionati tra alti e bassi, anche se l’ultimo concluso in crescendo dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per la concorrenza. In pochi se ne sono accorti, ma tutto cambia quando il 14 i nero-stellati ospitano il Reading, arrivato in Italia in tournée e già capace di stendere Genoa, Milan, Pro Vercelli e persino la nazionale italiana.
Sarà per le dimensioni del campo del Priocco, più ridotte rispetto agli standard già diffusi all’epoca. Sarà per la stanchezza degli inglesi, o per il fatto che dopo tante vittorie i maestri – all’epoca tra qualsiasi squadra inglese e il resto dell’Europa continentale esiste un abisso – sottovalutano l’impegno. In ogni caso, il 14 maggio 1913, viene scritta la storia: il Casale diventa il primo club italiano in grado di sconfiggere una squadra inglese, un 2-1 firmato da Varese e Garasso (Bailey segna per gli ospiti) che attira finalmente l’attenzione di stampa e avversari.
1914: lo Scudetto e l’undici nerostellato
La stagione 1913/1914 inizia vede il Casale ancora galvanizzato dal successo sul Reading e ormai in possesso di una squadra di altissimo livello. Nel girone di qualificazione ligure-piemontese riesce a superare la Pro Vercelli soltanto in extremis, pur rimediando un pari e una sconfitta nel doppio confronto, e il Genoa che ha appena fatto parlare di sé per il primo caso di calciomercato in Italia, illegale all’epoca.
Nel girone nazionale il Casale supera Genoa, Inter, Juventus, Vicenza e Verona, chiudendo al 1° posto con 16 punti conquistati su 20 e guadagnandosi l’accesso alla finalissima contro i campioni del sud, la Lazio, che ai tempi non è che una semplice formalità. Il sogno di Jaffé e dei suoi ragazzi, appena 5 anni più tardi, è già realtà: il Casale strapazza la Lazio 7-1 nella gara di andata, quindi si impone anche al ritorno per 2-0 ed è campione d’Italia.

La fotografia dei campioni d’Italia restituisce l’undici: Mattea, Gallina II, Scrivano, Rosa, Parodi, Barbesino, Varese, Maggiani; accosciati Bertinotti, Gallina I, Ravetti. Nomi che oggi suonano antichi, ma che allora erano cronaca viva, e in certi casi anche blocco azzurro: il trio offensivo Mattea–Gallina II–Varese arrivò a fare talmente rumore da essere schierato insieme anche in Nazionale.
Chi era l’allenatore? Nessuno, facevamo tutto fra noi, e la formazione la decideva il capitano Barbesino, che poi arrivò anche in Nazionale, e che morì nella Seconda guerra mondiale. Ma d’altra parte eravamo undici, undici sacrosanti, e la formazione cambiava pochissimo. Avevamo un bel pubblico che ci seguiva. In trasferta, andavamo in treno, mai in bicicletta: per le trasferte più lunghe ci facevano viaggiare in seconda classe.
Giovanni Bertinotti, ala sinistra, intervistato da “Il Monferrato”

Due maledette guerre
La stagione successiva il Casale campione d’Italia non riesce a riconfermarsi, superato nelle semifinali dal Genoa. Poi il calcio si ferma a causa della Grande Guerra, e quando riprende le attività ormai non c’è più spazio per le favole di provincia. Il Casale però abbandonerà la massima serie, per non farvi più ritorno, soltanto nel 1934, quando l’orgoglio non riesce più a colmare le enormi distanze tecniche ed economiche con la concorrenza.
Sempre negli anni ’30 Raffaele Jaffé è ormai un uomo di mezza età. È stato il creatore del Casale, successivamente anche il presidente, e anche se già aveva abbandonato questo ruolo prima della vittoria dello Scudetto per molti è sempre rimasto la figura di riferimento della squadra. Nel frattempo si è sposato con una donna cattolica ed è diventato padre di due figli, Clotilde e Leone, chiamato così in onore del padre.
Il matrimonio lo ha portato ad abbracciare la fede cattolica: il 1° gennaio del 1937 conclude con il battesimo un percorso di conversione iniziato molti anni prima. Quando l’anno successivo l’Italia fascista emana le famigerate leggi razziali questo dovrebbe tenerlo al sicuro. Non sarà così: il CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) documenta l’immediato allontanamento dal mondo scolastico, a cui seguono “anni di rifiuto e disprezzo”, anche da parte di chi un tempo lo stimava e ammirava. A tanto può portare la follia fascista.
Jaffe e Sacerdoti, pur convertiti al cristianesimo da tempo, furono messi ai margini della società.
Adam Smulevich, “Presidenti”
Un finale tragico
Il finale è tragico, ma a lungo non sembra così scontato. Jaffé infatti è tecnicamente un cittadino italiano convertito, sposato con una donna cattolica e padre di due figli anch’essi battezzati. A lungo questa situazione sembra evitare almeno il peggio, ma la mattina del 16 febbraio 1944 viene arrestato a Casale Monferrato e trasferito prima in carcere e poi nel campo di detenzione di Fossoli.
Da qui prova in tutti i modi a cambiare un destino che, purtroppo, è già stato scritto. Scrive lunghissime lettere, alla moglie e ai figli rimasti a casa, ai conoscenti, ricorda la sua vita, si appella alle autorità. Ma è tutto inutile. Il 30 luglio scrive l’ultima lettera da Fossoli, preannunciando lo sgombero del campo e la partenza per destinazione ignota.
Il 2 agosto il treno che trasporta Raffaele Jaffé e centinaia di altre persone, colpevoli come lui soltanto di essere ebrei, parte per Auschwitz. Arriva 4 giorni più tardi, e le guardie naziste non devono metterci poi troppo a sentenziare la morte immediata del professore, ormai quasi 67enne e ovviamente considerato inutile nella spietata legge dei campi di concentramento.
Di statura media, tendente al piccolo, un fisico asciutto, i baffi ben curati e gli occhiali stringinaso, era un tipo scattante, dal passo veloce, sempre in moto. Chi l’ha conosciuto a scuola o nella vita di tutti i giorni, lo ricorda come un uomo buono, gentile, affabile, dalla voce piana e rassicurante, che non metteva in apprensione neppure il più timido degli studenti
Giampaolo Pansa, “Il bambino che guardava le donne”
Nero-stellato per sempre
Eppure, certe vite non si lasciano cancellare del tutto. Per anni Jaffé è stato ricordato poco, quasi sussurrato, come accade spesso alle storie scomode. Poi la memoria è tornata a galla. Anche con un gesto semplice: la pietra d’inciampo davanti al Natale Palli, lo stadio del “suo” Casale. Non è un trionfo, non è una celebrazione: è un segno, un modo per dire che quella stella bianca non appartiene solo al 1914, ma anche a tutto quello che venne dopo.
Dentro il calcio italiano, Jaffé non è un caso isolato. La stessa linea spezzata attraversa la vicenda di Árpád Weisz, l’allenatore capace di vincere e innovare, travolto dalla persecuzione e ucciso ad Auschwitz. E passa per Carlo Castellani, attaccante e simbolo di Empoli, morto in deportazione dopo essersi offerto al posto del padre. Storie diverse, un unico punto di contatto: il pallone, da solo, non salva nessuno. Però può ricordare, può dare a un nome, a una vita, l’eternità.
Ed ecco allora che un’immagine, al nome di Raffaele Jaffé, continua ad apparire: una maglia nera, una stella bianca, un piccolo comune che un tempo sfidava i giganti e riusciva persino a sconfiggerli. Un mito sportivo, accompagnato dalla storia di un uomo eccezionale, che ha vissuto una vita che si è conclusa come nessuna vita dovrebbe mai concludersi. Ma che ha lasciato una traccia per sempre, e una squadra che per sempre racconterà le gesta di chi le ha dato vita.

Sitografia:
- Raffaele Jaffé – CDEC
- (28/01/2021) – Qui Casale, “Memoria, impegno quotidiano” – Mocked
- (27/01/2023) – Nella Giornata della Memoria, la Polizia di Stato alessandrina ricorda Raffaele Jaffe – Questura di Alessandria




