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Bobby Charlton, il campione vissuto due volte

Immaginate di essere un ragazzo inglese, un giovane calciatore dal talento immenso. Immaginate di giocare nel più forte club inglese e di vedere con i vostri stessi occhi, poco più che ventenni, morire quei campioni che erano i vostri compagni – e con cui avreste dovuto conquistare il mondo – in un tragico incidente aereo.

Immaginate di sopravvivere, voi e pochi altri, e diventare il perno su cui rifondare la squadra mattone su mattone. Per poi conquistare, nel decennio che seguirà, i Mondiali con l’Inghilterra (gli unici vinti a oggi dai Maestri del football) e la prima storica Coppa dei Campioni per un club inglese. Questa è stata la vita di Bobby Charlton.

Lui era un sopravvissuto. Quasi tutti i giocatori della sua squadra, il Manchester United, erano rimasti tra i rottami contorti di un aereo in fiamme. Bobby fu lasciato libero dalla morte. Perché questo figlio di un operaio delle miniere potesse continuare a regalare alla gente la elevata nobiltà del suo football.

La palla gli obbediva. Lei correva per il campo seguendo le sue istruzioni e si infilava tra i pali prima che lui la calciasse.

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Bobby Charlton, per sempre tra i più grandi

Un talento innato, emerso precoce, notato da uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi, Sir Matt Busby, durante una partita tra rappresentative studentesche. Entrato nel Manchester United a soli 15 anni, protagonista di un percorso di crescita netto e lineare, inarrestabile, che alla stagione dell’esordio, appena maggiorenne, lo portò a segnare 10 gol in 14 presenze.

Charlton era il giovane talento di una squadra fortissima, che perse gran parte dei suoi membri nello schianto aereo di Monaco di Baviera nel 1958. I “Red Devils” tornavano da una vittoriosa trasferta europea, nevicava, un errore di valutazione del pilota e lo schianto fatale. Sopravvissero in pochi, Charlton fu uno di questi, un altro fu proprio mister Busby.

Il perno della rinascita

I due ricostruirono il Manchester United da quel volo spezzato: il primo in campo, diventando ogni anno più forte, più maturo, un vero capitano, il secondo dalla panchina con il suo eccezionale fiuto per i giovani e la straordinaria capacità di trarre il meglio da ogni giocatore.

Ci vollero sei stagioni per tornare in alto in campionato, ma Bobby Charlton non poteva accontentarsi di questo. C’erano i Mondiali alle porte, era giunto il momento di dimostrare il mondo che i “Maestri” non erano un bluff. Era arrivato il suo momento, l’appuntamento con il destino.

A 29 anni, nel pieno della forma, Bobby Charlton aveva pochi eguali al mondo. Scatto da centometrista, fiato da maratoneta, copriva tutto il campo dal centrocampo all’attacco grazie ad un enorme intelligenza tattica e ad un carisma innato che rendeva automatico per i compagni affidargli il pallone. E poi?

L’anno di grazia 1966

E poi una potenza fisica sorprendente per un giocatore alto appena 173 centimetri, un dribbling portentoso, frutto di anni e anni di costante allenamento, la capacità di piazzare assist perfetti e quella di sparare in porta implacabilmente da qualsiasi distanza. Un tiro forte e preciso che gli permise di insaccare il pallone oltre 200 volte con la maglia dello United e quasi cinquanta (49) con la maglia dell’Inghilterra.

La Nazionale che avrebbe vinto i Mondiali del ’66 si plasmò intorno a lui. Tra tanti grandi giocatori Charlton era il fuoriclasse, l’uomo capace di fare la differenza. E fu lui del resto a farla, sradicando il pallone dai piedi di un malcapitato avversario per poi involarsi verso la porta e trafiggere Carbajal. La vittoria contro il Messico scacciò via gli incubi dell’Inghilterra che aveva deluso all’esordio nella Coppa Rimet giocata in casa. Permise a tutti di capire che la vittoria era possibile.

Fu ancora lui a stroncare il Portogallo rivelazione di Eusebio. Lo fece con due reti che valsero il biglietto per la finale di Wembley. Avversari i tedeschi, avversario diretto un certo Beckenbauer, che lo marcò a uomo per tutta la gara in un duello entusiasmante. La sfida è una di quelle che passano alla storia, a deciderla è il destino, inevitabile alleato di un campione che per scrivere la storia è riuscito a sfuggire alla morte.

Solo e unico

E così fu. Fu proprio Bobby Charlton a ricevere la coppa dalla Regina Elisabetta e ad alzarla al cielo davanti ai tifosi ubriachi di gioia. Vinse il Pallone d’Oro, quell’anno. Forse non aveva la classe di Stanley Matthews, ma in campo sapeva fare tutto e bene. Inarrestabile, forte di una volontà temprata dal dolore e dalla voglia di riscatto. Mondiali e Pallone d’Oro non possono bastare, manca ancora qualcosa. Firmato “rosso United”.

È il 1968 quando il Manchester United giunge in finale di Coppa dei Campioni: sono passati esattamente dieci anni dallo schianto di Monaco, il ragazzo si è fatto uomo, campione. Lo dimostra, annichilendo con due reti il Benfica di (ancora) Eusebio. 4 a 1, il Manchester United è la prima squadra inglese ad alzare la Coppa dei Campioni. Un trionfo, l’ultimo. Quello che serviva.

Appende gli scarpini al chiodo a 37 anni, dopo 758 gare giocate unicamente con la maglia del Manchester United. Dopo aver vinto tutto. Eroe vissuto due volte, eroe per sempre. Perché per quanto il calcio inglese abbia avuto un gran numero di eroi prima e dopo di lui, ci sarà sempre e solo un Bobby Charlton.

“Non è mai esistito un calciatore più popolare di lui. Rasentava la perfezione in tutto quello che si può chiedere a un uomo e ad un calciatore.”

Sir Matt Busby
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