Per qualche anno la Cina sembrò pronta a conquistare il calcio mondiale: prima Darío Conca, poi Drogba, Hulk, Oscar e Tevez trasformarono la Chinese Super League in una vetrina scintillante, alimentata da investimenti senza freni. Il sogno raggiunse l’apice tra il 2016 e il 2017, prima di spegnersi tra nuove regole, debiti e club scomparsi. Dieci anni dopo, di quell’età dell’oro restano soprattutto ricordi, archivi e promesse mancate.
Alla fine del mercato di gennaio 2016 il calcio europeo si rendeva conto che doveva fare i conti con una nuova realtà emergente: la Chinese Super League aveva fatto incetta di campioni, andando a prelevare a suon di milioni Ramires dal Chelsea, Jackson Martinez dall’Atletico Madrid e il talentuoso brasiliano Alex Teixeira dallo Shakhtar Donetsk. Colpi che secondo molti certificavano la definitiva esplosione di un movimento che da anni puntava a diventare protagonista nel calcio mondiale.
Dal sogno all’oblio: la fine del sogno cinese
Il percorso era iniziato almeno 5 anni prima, con l’acquisto dell’argentino Dario Conca dalla Fluminense: trequartista 28enne, mai emerso in Sudamerica al punto da attirare l’interesse del calcio europeo, Conca era diventato la prima stella del nuovo corso cinese, uno dei calciatori più pagati al mondo – il terzo, dopo gli irraggiungibili Messi e Cristiano Ronaldo – e protagonista del club simbolo delle ambizioni cinesi, il Guangzhou Evergrande.
Successivamente i colpi erano diventati sempre più importanti e mediatici: lo Shanghai Shenhua aveva acquistato Nicolas Anelka e Didier Drogba, mentre ancora il Guangzhou si era assicurato Lucas Barrios in campo e nientemeno che Marcello Lippi in panchina. Nel 2016 l’intero movimento della Chinese Super League aveva superato i 450 milioni di dollari di spesa nel mercato, una cifra oltre 15 volte superiore a quella registrata nel 2013: non arrivavano più vecchie glorie, ma stelle ancora nel pieno della carriera.
Tra il 2016 e il 2017 la spesa arrivò a 529 milioni, contro appena 147 incassati. Ogni colpo finiva sui giornali di tutto il mondo, gli utenti sui social si dividevano tra chi si interessava a un Paese finalmente emerso dal letargo calcistico e chi parlava di un progetto fragile e artificiale, sostenuto soltanto dagli enormi investimenti dei conglomerati che gestivano i club protagonisti del torneo. Soltanto pochi anni dopo la luce della Chinese Super League si sarebbe improvvisamente spenta: oggi molte di quelle squadre non esistono più, sopravvivendo soltanto negli archivi storici come testimonianza di un’epoca che altrimenti, a molti, potrebbe essere sembrata soltanto un sogno.
Il club-simbolo: il Guangzhou Evergrande
Il centro di tutto era Guangzhou. Il club locale era stato rilevato nel 2010 dal colosso immobiliare Evergrande quando si trovava in seconda divisione, e dal 2011 al 2019, anche grazie agli enormi investimenti della proprietà, sarebbe diventato il miglior club del calcio cinese (8 titoli nazionali in 9 anni) e uno dei più rilevanti nel panorama asiatico, conquistando due volte la AFC Champions League. Elkeson e Ricardo Goulart, brasiliani naturalizzati per giocare anche nella Nazionale, sono solo alcuni dei nomi che hanno fatto le fortune del Guangzhou Evergrande insieme a Paulinho, Muriqui, Anderson Talisca e i già citati Conca e Lippi.
L’esempio di Evergrande spinse anche altri gruppi industriali a investire nel calcio: Suning, China Fortune, Quanjian e SIPG si resero presto conto che lo sport più popolare al mondo poteva incrementare prestigio, visibilità internazionale e anche relazioni politiche. Ogni colpo di mercato doveva essere più clamoroso di quello che lo aveva preceduto, ogni nuova stella serviva a dimostrare che i club, ma soprattutto la Chinese Super League e la Cina stessa, non temevano rivali.
Il campionato cinese si trasformò così in una spettacolare vetrina internazionale per i conglomerati che guidavano le squadre protagoniste: il trasferimento simbolo resta probabilmente quello di Oscar, brasiliano 25enne in totale ascesa che lo Shanghai SIPG prelevò dal Chelsea per 60 milioni di euro, strappandolo alla concorrenza dei top club europei, ma è importante ricordare anche Hulk, i già citati Alex Teixeira e Jackson Martinez, Ramires, i nostri Diamanti e Gilardino. E poi ancora Robinho, Gervinho, Witsel, Alexandre Pato, Lavezzi, Mascherano e Tevez.
La frenata imposta dalla federazione
Dopo tanti sfarzi, la frenata sul mercato arrivò quasi all’improvviso pochi mesi più tardi, ma non nacque dal nulla. Mentre i club si contendevano le stelle internazionali a colpi di milioni, la maggior parte delle società continuava a operare in perdita, i prezzi dei trasferimenti e gli stipendi crescevano senza rapporto con i ricavi e gli investimenti nei vivai restavano in secondo piano. La tanto agognata crescita dei talenti locali era addirittura ferma a zero.
Soprattutto, quella ricchezza non stava producendo il risultato più atteso: la nazionale continuava a faticare e i calciatori cinesi trovavano sempre meno spazio dietro agli stranieri. Già nel 2015 il piano governativo di riforma del calcio aveva chiesto club più solidi, legati alle proprie città e meno dipendenti dalle aziende proprietarie, insieme a controlli sui salari e a un maggiore equilibrio tra acquisti internazionali e formazione dei talenti cinesi.
Alla vigilia del mercato estivo del 2017 la Chinese Football Association passò quindi dalle intenzioni ai fatti. Per i club in perdita introdusse un contributo equivalente al 100% del cartellino sugli acquisti superiori a 45 milioni di yuan per uno straniero e a 20 milioni per un calciatore cinese. La stessa cifra doveva essere versata al fondo nazionale destinato alla formazione giovanile, al calcio di base e alle attività sociali. La federazione dichiarò apertamente di voler fermare la ricerca del risultato immediato, la competizione irrazionale tra proprietari e l’aumento artificiale dei prezzi. Comprare un nuovo Oscar significava, di fatto, pagarlo due volte.
Quando si è spenta la luce
Uno degli ultimi colpi dell’epoca d’oro della Chinese Super League fu Anthony Modeste, attaccante francese di 29 anni reduce da 25 gol con il Colonia. Il Tianjin Quanjian lo prese inizialmente in prestito per 6 milioni di euro, con un successivo riscatto previsto da 29 milioni. La sua esperienza durò appena una stagione: dopo 20 partite e 11 gol tornò al Colonia, mentre la grande corsa agli acquisti cominciava ormai a rallentare. Tra il 2018 e il 2019 arrivarono ancora Bakambu, Yannick Carrasco, Paulinho di ritorno dal Barcellona, Hamšík ed El Shaarawy, ma erano gli ultimi riflessi dell’età dell’oro.
Su una struttura già fragile si abbatté poi la pandemia del COVID-19. La stagione 2020, prevista per febbraio, iniziò soltanto il 25 luglio e si disputò in forma concentrata tra Dalian e Suzhou, inizialmente a porte chiuse. Senza incassi, con sponsorizzazioni in calo e stipendi ancora elevatissimi, club e aziende proprietarie subirono un’ulteriore pressione finanziaria. Il Covid non fece scoppiare la bolla, ma ne accelerò il cedimento.
Il mercato scintillante e ricco di colpi ad effetto era scomparso, i riflettori dei media europei non illuminavano più una Chinese Super League che oltretutto vide presto scemare l’interesse dei gruppi che, con i loro enormi investimenti, l’avevano resa una delle leghe più attraenti al mondo. La stretta divenne ancora più netta alla fine del 2020, quando furono fissati tetti salariali fino a 5 milioni di yuan per i giocatori cinesi e fino a 3 milioni di euro, lordi, per gli stranieri.
Nello stesso periodo la federazione impose denominazioni “neutrali”, senza riferimenti diretti alle aziende proprietarie. Lo Shanghai SIPG diventò Shanghai Port, il Guangzhou Evergrande si trasformò in Guangzhou FC. Anche questa scelta rispondeva allo stesso problema: costruire club con un’identità cittadina stabile, capaci di sopravvivere a un cambio di azionista, anziché squadre utilizzate come estensione pubblicitaria di un conglomerato.
Il principio era stato indicato già nella riforma del 2015; quando venne applicato, però, emerse quanto il legame economico tra club e proprietari fosse diventato profondo. Per molte società bastò che l’azienda principale chiudesse i rubinetti perché, insieme al nome dello sponsor, scomparisse anche la squadra.
Evergrande, il gigante che trascinò con sé il suo club
La crisi immobiliare di China Evergrande rese visibile la fragilità dell’intero modello. Nel 2019 era il club, Guangzhou Evergrande Taobao, ad aver registrato una perdita netta di 1,94 miliardi di yuan – circa 250 milioni di euro – oltre a un consistente indebitamento proprio. Il colpo decisivo arrivò però dalla proprietà: quando il gruppo immobiliare entrò nella crisi di liquidità, vennero meno i finanziamenti che sostenevano la squadra. Il Guangzhou perse così giocatori, allenatori e copertura economica, mostrando quanto dipendesse dalla salute del suo azionista principale.
Il simbolo più evidente di quell’ambizione era lo stadio da 100.000 posti avviato nel 2020, con un costo previsto di circa 1,7 miliardi di dollari. Doveva essere il nuovo tempio del Guangzhou Evergrande, riconoscibile per la forma di un gigantesco fiore di loto rosso. La crisi bloccò però i lavori e cancellò il progetto originario, trasformando il cantiere nel monumento incompiuto di un’epoca ormai finita.
L’opera è stata poi rilevata e ripensata sotto controllo pubblico. Oggi si chiama Guangzhou Football Park e non sarà più la casa monumentale di un singolo club. Il nuovo progetto prevede uno stadio da 73.000 posti, ampliabile a circa 75.000, inserito in un complesso multifunzionale con aree commerciali, spazi per lo sport di base e strutture destinate anche a concerti, spettacoli ed esposizioni.
È cambiato persino il disegno: al fiore di loto immaginato da Evergrande è subentrata una struttura ispirata a un antico pendente di giada e all’arte cantonese dell’intaglio. Doveva celebrare una dinastia calcistica e ostentare la ricchezza del suo proprietario; è diventato invece un grande parco sportivo cittadino, mentre il club per cui era stato ideato è scomparso dal calcio professionistico.
Quando i club del boom hanno iniziato a sparire
Il Guangzhou retrocesse al termine del 2022, dopo dodici stagioni consecutive nella massima serie e dopo aver scritto la storia del calcio cinese e asiatico. Nel 2024 arrivò terzo in China League One, sfiorando il ritorno, ma nel gennaio 2025 non ottenne la licenza professionistica a causa dei debiti. Otto volte campione di Cina e due volte campione d’Asia, il club annunciò lo scioglimento.
Ancora più improvvisa fu la fine dello Jiangsu. Nel novembre 2020 aveva vinto il primo campionato della propria storia; il 28 febbraio 2021, appena tre mesi più tardi, Suning comunicò la cessazione delle attività. La società che aveva comprato Teixeira e Ramires sparì da campione in carica, senza neppure poter difendere il titolo. Nel calcio cinese dell’età dell’oro bastarono tre mesi per passare dalla festa alla cancellazione.
Il Tianjin Quanjian entrò in crisi dopo l’arresto del proprietario Shu Yuhui nel gennaio 2019, nell’ambito dello scandalo che travolse il gruppo Quanjian. Ribattezzato Tianjin Tianhai, si sciolse nel maggio 2020. L’Hebei di Lavezzi, Mascherano e Manuel Pellegrini resistette più a lungo, ma tra stipendi arretrati e penalizzazioni arrivò alla cancellazione nel marzo 2023. Nel giro di pochi anni, la Chinese Super League perse tutti i nomi che avevano reso scintillante il suo boom.
Dopo l’oro, una lega tornata nell’ombra
Oggi la Chinese Super League è tornata nell’ombra del calcio internazionale. I riflettori dei media europei si sono spenti, le stelle sono soltanto un ricordo e il mercato è dominato da svincolati e operazioni da pochi milioni. Il pubblico cinese, però, non ha abbandonato il campionato: nel 2025 la media ha superato i 25.000 spettatori e nel 2026 è cresciuta ulteriormente. La vetrina mondiale si è spenta, ma sugli spalti la lega continua a vivere.
La lega che per qualche anno sembrava pronta a cambiare gli equilibri del calcio mondiale è tornata ad essere una realtà lontana, minore: oggi i protagonisti sono i brasiliani Cryzan, Gabriel Xavier, Jeffinho, Mateus Vital, Léo Souza e Rafael Ratão, il rumeno Mitriță, il colombiano Jhonder Cádiz e il congolese Oscar Taty Maritu.
Parliamo nel migliore dei casi di calciatori che il popolare sito specializzato Transfermarkt valuta tra i 3 e i 4 milioni di euro, mentre il colpo più scintillante del mercato estivo 2026, nel momento in cui questo articolo viene scritto, è stato Felippe Cardoso, che lo Zhejiang ha prelevato dai sauditi dell’Al-Najma per 1,3 milioni.
Scandali e penalizzazioni
A dieci anni dal boom, la Chinese Super League è quasi irriconoscibile. Al declino economico si è aggiunto uno scandalo sistemico fatto di partite manipolate, scommesse illegali, tangenti e compravendita di risultati. Dopo le 43 radiazioni a vita del settembre 2024, il 29 gennaio 2026 la federazione ha escluso definitivamente da ogni attività calcistica altre 73 persone, tutte coinvolte in vicende per le quali erano intervenute condanne penali definitive.
Tra i radiati figuravano l’ex ct Li Tie, condannato a vent’anni per diversi reati di corruzione, e l’ex presidente della CFA Chen Xuyuan, punito con l’ergastolo per aver ricevuto tangenti. Le indagini non riguardavano quindi soltanto singole partite truccate, ma una rete di rapporti illeciti che coinvolgeva dirigenti, allenatori, calciatori, arbitri e società.
Le conseguenze hanno raggiunto direttamente anche i campionati. Tredici club professionistici sono stati multati e penalizzati in base alla gravità, all’entità economica e all’impatto delle transazioni irregolari accertate. Nove squadre di Chinese Super League hanno così iniziato il 2026 con punti in meno: lo Shanghai Shenhua da meno dieci e lo Shanghai Port, campione in carica, da meno cinque.
La nazionale è rimasta lontana dal sogno mondiale
La grande promessa del boom era che i campioni stranieri, gli allenatori internazionali e gli investimenti nelle accademie avrebbero trascinato verso l’alto anche la Nazionale. Non è successo. La Cina ha mancato anche la qualificazione al Mondiale 2026 e continua ad avere una sola partecipazione, quella del 2002, chiusa senza punti e senza gol. Il tanto atteso salto di qualità del calcio nazionale si è rivelato un flop, come del resto era stato previsto da molti esperti anche nel momento d’oro.
Il 7-0 subito dal Giappone nel settembre 2024 è diventato il simbolo della distanza dalle migliori nazionali asiatiche, ma il CT Branko Ivanković non è stato esonerato subito, restando in panchina fino al giugno 2025 quando l’eliminazione mondiale è diventata definitiva. Dopo l’interim di Dejan Đurđević, nel novembre 2025 la federazione ha affidato la panchina a Shao Jiayi. Per la prima volta dopo anni, la ricostruzione è stata consegnata a un tecnico cinese. Ma non sarà un’impresa facile.
Qualche segnale è arrivato dai più giovani. Nel gennaio 2026 la Cina Under 23 ha raggiunto per la prima volta la finale della Coppa d’Asia di categoria, prima di perdere 4-0 contro il Giappone. Wang Yudong, Hu Hetao e gli altri protagonisti rappresentano una generazione cresciuta dopo il boom. È ancora poco, ma almeno nasce dal campo e non dall’ennesima suggestione, come accadde anni prima con Dong Fangzhuo, il “golden boy” cinese che non riuscì a imporsi al Manchester United.
Il sogno dorato che non ha costruito fondamenta
La Chinese Super League del 2016 non fu soltanto un’eccentricità di mercato. Per qualche anno il calcio cinese fu davvero visibile e discusso in tutto il mondo, come racconta anche Nicholas Gineprini nel libro Il sogno cinese. Aumentò il pubblico e portò in Asia giocatori e allenatori di alto livello: ignorarla era impossibile, perché ogni settimana sembrava arrivare una nuova stella insieme a un nuovo record di mercato.
Il problema fu credere che importare il prodotto finito potesse sostituire il lavoro più lento: formare tecnici, creare club autonomi, allargare la base e costruire fiducia e identità. Il denaro regalò spettacolo, visibilità e qualche successo internazionale, ma non gettò fondamenta abbastanza solide da sopravvivere alla fine degli investimenti.
Oggi le immagini più interessanti arrivano forse lontano dai vecchi grattacieli societari. Le leghe amatoriali nate nelle province, dalla Village Super League alla competizione tra città dello Jiangsu, hanno riempito stadi con biglietti economici, rivalità locali e partecipazione spontanea. Il futuro del calcio cinese potrebbe ripartire proprio da ciò che il boom aveva saltato: persone che sentono una squadra come propria. È un calcio meno scintillante e molto più povero, ma forse proprio per questo più reale.
Nel 2016 bastava aprire il mercato per vedere nuove stelle atterrare in Cina. Nel 2026, per ritrovare molte delle squadre che le avevano accolte, bisogna cercare negli archivi. La Chinese Super League non è morta, parte del pubblico continua a venire allo stadio e un titolo viene ancora assegnato, ma il sogno che la rese scintillante e dorata si è chiuso da tempo, lasciandosi alle spalle club cancellati, debiti e un silenzio che dieci anni fa sembrava impossibile.
Sitografia:
- Campbell, C./Qingyuan (07/04/2016) How China plans to dominate soccer – Time
- Shi Futuan (13/05/2020) CSL club Tianhai terminated after losing brave battle for survival – ChinaDaily.com
- White, J. (15/12/2020) Chinese Super League tightens salary and spending rules, warning clubs not to ‘test our determination’ – South China Morning Post
- Ye Xue (15/10/2021) Will the Evergrande crisis doom China’s grandiose, big‑spending football dreams? – The Conversation
- (10/09/2024) China bans 43 soccer players and officials for life for match-fixing – Reuters
- Church, M. (07/01/2025) Era ends as former champions Guangzhou denied permission to play in 2025 – Reuters
- (06/11/2025) Shao Jiayi appointed new China coach – Reuters
- Duerden, J. (29/01/2026) China bans 73 people from soccer for life in latest anti-corruption controversy – AP News
- Duerden, J. (06/02/2026) Chinese football returns against backdrop of bans, crackdowns and confusion – The Guardian





