La storia del calcio negli Stati Uniti è molto più lunga e molto meno lineare di quanto si pensi. Non inizia con la MLS né con l’arrivo delle grandi star internazionali, ma affonda le sue radici nel XIX secolo, tra college, comunità di immigrati, prime competizioni e tentativi fragili, e spesso improbabili, di costruire un vero sistema professionistico.
Dal football al soccer: perché negli Stati Uniti il calcio cambia nome
Dietro il termine “soccer”, oggi associato quasi automaticamente agli Stati Uniti, non c’è un americanismo nato per caso, ma un’eredità inglese ottocentesca. Infatti il gioco nasce con la Football Association nel 1863, ma quando attraversa l’Atlantico si inserisce in un contesto sportivo già competitivo. In America il nome non cambia per errore, ma perché è il contesto a essere da subito differente.
E per conoscere davvero la storia del calcio negli Stati Uniti è necessario tornare indietro nel tempo di oltre un secolo, ai college del XIX secolo per passare poi alle comunità operaie del Nord-Est, all’American Soccer League e ai Mondiali del 1930, alla clamorosa vittoria sull’Inghilterra del 1950, ai New York Cosmos di Pelé e alla NASL fino all’attuale Major League Soccer e a Lionel Messi. Si scopre così una storia lunga e affascinante, contraddistinta da clamorose ascese e disastrose cadute.
Le origini del calcio negli Stati Uniti: un gioco che arriva con gli immigrati
Il calcio arriva negli Stati Uniti nella seconda metà del XIX secolo, portato dalle comunità europee che si stabiliscono nelle città industriali della costa Est. Inglesi, scozzesi e irlandesi, ma anche italiani e tedeschi, introducono il gioco nei contesti operai, dove diventa un momento di socialità e appartenenza. Il primo soccer americano è un fenomeno urbano e comunitario, non nazionale.
A differenza dell’Europa, però, questo sviluppo non si trasforma rapidamente in sistema. Il calcio resta legato a singole aree geografiche e a reti sociali specifiche, senza una federazione forte in grado di unificarlo. Questo significa che, pur diffondendosi notevolmente a livello amatoriale, non riesce a imporsi culturalmente. Il soccer esiste ma non emerge, e questa differenza sarà decisiva nel lungo periodo.
È qui che si crea la prima vera anomalia americana: mentre in Inghilterra il calcio diventa presto il gioco delle masse, negli Stati Uniti deve scontrarsi con numerose altre discipline e un popolo giovane, formato da molte culture differenti e ancora alla ricerca di un’identità propria. Anche il professionismo arriverà abbastanza presto, ma senza mai poggiare su fondamenta solide come quelle costruite in Europa.
La prima partita: Rutgers–Princeton e l’origine condivisa con il football
Uno dei momenti più citati nella storia dello sport americano è la partita del 6 novembre 1869 tra Rutgers e Princeton. Viene spesso raccontata come l’atto di nascita del football americano, ma osservata da vicino ha ancora molto più in comune con il calcio che con lo sport che nascerà in seguito.
Le regole utilizzate per la gara vietano di trasportare il pallone, perfettamente sferico, con le mani. Le squadre scendono in campo con 25 giocatori per parte, ma il gioco si sviluppa principalmente con i piedi. Il giornale studentesco della Rutgers, The Targun, raccontò la partita – o meglio LE PARTITE, perché ne erano previste 10 che si concludevano dopo un punto segnato – parlando di “corse a perdifiato, urla selvagge e calci frenetici”.

Per molti storici sportivi quella partita segna come detto la nascita del football americano. Di sicuro è un bivio, e a differenza di quanto è accaduto in Inghilterra la maggioranza dei college si orienta verso un gioco più basato sul rugby. Il calcio resterà invece inizialmente legato alle comunità esterne al mondo universitario.
L’American Cup e i primi club organizzati
Nel 1885 nasce l’American Cup, la prima grande competizione calcistica negli Stati Uniti. La prima edizione viene vinta dal Clark O.N.T., che batte in finale il New York Association 2-1. Il torneo coinvolge squadre del New Jersey e di New York, un dato che mostra chiaramente quale sia il primo centro calcistico statunitense, e vede emergere una squadra rappresentativa di una ditta tessile fondata da due fratelli di origine scozzese, James e Patrick Clarke. Il termine O.N.T. è l’acronimo di Our New Thread, “il nostro nuovo filo”, dunque una sorta di pubblicità per l’azienda stessa.
Il club più importante di questo primo periodo sarà il Bethlehem Steel, seguito proprio dal Clark e da realtà come Paterson True Blues, West Hudson e diverse compagini di Fall River. Il calcio è ancora un fenomeno regionale, e le squadre sono spesso legate a industrie o comunità specifiche, ma in ogni caso l’American Cup rappresenta un passaggio fondamentale: per la prima volta il gioco smette di essere soltanto pratica sportiva, ma diventa una vera e propria competizione, pur senza espandersi su scala nazionale.

L’importanza del Clark O.N.T. è tale nei primissimi anni del calcio negli Stati Uniti che il club fornisce il campo da gioco, l’arbitro e 5 giocatori su 11 alla nazionale statunitense che gioca la sua prima partita non ufficiale, sempre nel 1885, perdendo contro il Canada 1-0.
La partita è stata a tratti molto violenta, tanto che l’arbitro è dovuto intervenire diverse volte. In un’occasione, due giocatori si sono addirittura presi a pugni. Anche senza essersi allenati insieme, i giocatori statunitensi hanno giocato bene ma i canadesi sono stati i vincitori. Erano presenti circa 2.000 persone, di cui una sessantina erano donne.
The New York Times (1885)
Perché negli Stati Uniti si dice “soccer”: una storia inglese diventata americana
Leggenda vuole che a inventare il termine soccer sia stato l’aristocratico difensore inglese Charles Wreford-Brown. Il termine in realtà era utilizzato molto comunemente in Gran Bretagna, dove nei college gli studenti erano soliti accorciare le parole aggiungendo il suffisso “-er”. Il rugby diventa così rugger, mentre il calcio della Football Association porta alla storpiatura assoc e dunque ad assoccer, che diventa poi semplicemente soccer.
Curiosamente in Inghilterra il termine resterà di comune utilizzo almeno fino agli anni ’20 del XX secolo, per poi sparire, mentre diventerà presto sinonimo di calcio negli Stati Uniti. Nonostante sia arrivato dopo e si giochi prevalentemente con le mani, infatti, il football americano si diffonde e sviluppa più velocemente, e presto il termine football viene comunemente associato a questo sport.
Ed è qui che il termine soccer definisce presente e futuro del calcio USA. È una conseguenza inevitabile e logica: nell’immaginrio comune, già allora, il soccer è “l’altro gioco”, “l’altro football”, quello che non rappresenta l’identità nazionale dominante. E a differenza di quest’ultimo non ricorda, nelle dinamiche e nelle allegorie, la conquista di una terra, l’atto che di fatto ha dato vita agli Stati Uniti d’America.
L’American Soccer League: il primo grande tentativo di calcio professionistico
Tuttavia il calcio continua ad avere un seguito significativo, sostenuto soprattutto dal peso demografico delle comunità di immigrati nell’America di inizio Novecento. È in questo contesto che, nel 1921, nasce l’American Soccer League, o ASL: il primo vero tentativo di costruire negli Stati Uniti un sistema calcistico professionistico stabile, credibile e duraturo. La lega si sviluppa soprattutto nel Nord-Est industriale, dove riesce ad attrarre investitori, pubblico, giocatori di livello e una crescente attenzione mediatica.
Per la prima volta il calcio statunitense sembra davvero sul punto di diventare qualcosa di più di un fenomeno locale, sfiorando perfino una dimensione quasi nazionale. I club iniziano a costruire identità forti, gli stadi si riempiono e alcune partite richiamano migliaia di spettatori, segnale di un interesse reale e non episodico. Squadre come i Fall River Marksmen e campioni come Billy Gonsalves infiammano il pubblico e arrivano persino a misurarsi senza complessi contro le squadre europee in tournée, spesso accolte con meno deferenza di quanto si aspettassero.
Ma quella crescita, per quanto impressionante, non poggia su basi davvero solide. La ASL resta esposta a tensioni interne, rivalità istituzionali e fragilità economiche che finiscono per minarne la stabilità. La cosiddetta Soccer War, cioè il duro scontro con la United States Football Association, indebolisce profondamente il sistema; poi arrivano il crollo di Wall Street e l’inizio della Grande Depressione a dare il colpo decisivo. Così quello che sembrava il primo grande slancio del calcio professionistico americano si trasforma in un crollo rapido e quasi irreversibile, fino allo scioglimento definitivo della lega originaria nel 1933.

Fall River Marksmen e Billy Gonsalves
I Fall River Marksmen rappresentano uno dei punti più alti di questa fase. Squadra legata a una città industriale del Massachusetts, sviluppa un forte legame con il territorio. Il pubblico si identifica con il club, creando un’atmosfera simile a quella del calcio europeo. È il momento in cui il soccer americano sembra davvero radicarsi.
Dietro alla squadra c’è un fenomenale promoter sportivo, Samuel Mark, nato Markelevich e figlio di immigrati ebrei ucraini arrivati a Fall River da Kiev. Si arricchisce con il calcio, dove però poi investe a più riprese: i Marksmen sono “gli uomini di Mark”, e giocano nel Mark’s Stadium, il suo stadio. Figura leggendaria e fondamentale nella prima epoca d’oro del calcio USA, resterà attivo nel mondo dello sport fino quasi alla morte, arrivata nel 1980 a 84 anni.
In questo contesto emerge Billy Gonsalves, considerato uno dei migliori giocatori statunitensi dell’epoca. Vince 5 National Challenge Cup consecutive tra il 1930 e il 1934 e partecipa ai Mondiali del 1930 e del 1934. È il primo vero campione del calcio americano. La sua carriera dimostra che il talento esisteva già. Ciò che mancava era un sistema capace di valorizzarlo e mantenerlo.
I Mondiali del 1930 e del 1950: due imprese senza eredità
Nel 1930 gli Stati Uniti raggiungono le semifinali del primo Mondiale. È la squadra del già citato Gonsalves e di Bert Patenaude, autore della prima tripletta nella storia del torneo. La squadra gioca bene, ed esce in semifinale con l’Argentina anche a causa di due infortuni. È un risultato straordinario, ottenuto battendo Belgio e Paraguay, ma che tuttavia non ha quasi alcun effetto tra gli appassionati sportivi statunitensi.
La storia si ripete nel 1950, quando gli Stati Uniti sono protagonisti di uno dei più celebri risultati a sorpresa nella storia del calcio: con un gol del cameriere haitiano Joe Gaetjens e le parate del portiere di origini italiane Frank Borghi, autista di auto funebri, superano infatti l’Inghilterra alla sua prima partecipazione ai Mondiali. La partita passerà alla storia come “il miracolo di Belo Horizonte”, ma anche stavolta sarà quasi del tutto ignorata negli Stati Uniti.
Queste due imprese mostrano chiaramente le difficoltà con cui il calcio deve scontrarsi per emergere in un Paese dove football, basket, hockey e baseball hanno invece fatto passi da gigante. I calciatori possono compiere imprese anche più che notevoli, ma queste non bastano comunque per conquistare un pubblico che è abituato ormai a tutt’altro spettacolo: inoltre all’impresa del 1930 è seguito il fallimento dell’ASL, e quella del 1950 è maturata in un contesto totalmente dilettantistico.

NASL e New York Cosmos: il calcio come spettacolo
Negli anni Settanta la NASL (North American Soccer League) tenta di rilanciare il calcio puntando tutto sullo spettacolo. L’arrivo di Pelé ai New York Cosmos attira l’attenzione del pubblico e dei media. Per qualche anno, il soccer diventa un fenomeno visibile. Il calcio entra nella cultura pop americana, adattandosi ad essa con lustrini, calci di rigore in movimento e campioni europei e sudamericani pagati a peso d’oro e venuti negli States, nella maggior parte dei casi, a svernare.
I New York Cosmos diventano il simbolo di questa fase. Attirano stelle internazionali e riempiono gli stadi, ma il modello resta fragile. È un calcio costruito più sull’immagine che sulla struttura. L’entusiasmo cresce rapidamente, ma il sistema non è in grado di gettare le basi per un futuro stabile. O forse non lo ha mai davvero voluto. Appena l’interesse del pubblico sembra venire meno gli investitori si ritirano.
La NASL vive poco più di un decennio, prima di declinare in una versione indoor che lascia il tempo che trova nella storia del calcio e quindi svanire. I dirigenti hanno provato a ricreare l’atmosfera della ASL, persino con maggiore entusiasmo, ma la lega probabilmente non ha mai davvero amato e compreso il calcio nella sua essenza. Con una crescita insostenibile, visti i costi, il risultato finale era purtroppo scontato.
Dalla NASL alla MLS
Dopo il crollo della NASL, il calcio negli Stati Uniti torna ai margini, ma solo per poco: nel 1988 arriva la svolta, quando la FIFA assegna agli USA il Mondiale del 1994, imponendo anche la creazione di una lega professionistica. È un passaggio decisivo, perché per la prima volta lo sviluppo del soccer viene legato a un progetto strutturale e non a un entusiasmo momentaneo.
Nel 1990 la nazionale torna ai Mondiali dopo quarant’anni, ma è ancora lontana dagli standard internazionali. Molti giocatori provengono da contesti semi-professionistici. È un calcio in crescita, ma incompleto. Il movimento esiste ma non è ancora maturo, anche se nomi come Meola, Balboa, Tab Ramos e Caligiuri sono ancora oggi noti ad alcuni fan storici e le sconfitte con Austria e Italia, peraltro padrona di casa, arrivano di misura.
USA ’94 cambia tutto. Il torneo è un successo straordinario, con stadi pieni e numeri record che dimostrano che il calcio può funzionare davvero anche negli Stati Uniti. Due anni più tardi vede la luce finalmente la MLS, la Major League Soccer, costruita stavolta con un approccio diverso rispetto alle precedenti esperienze. Non più spettacolo immediato, ma crescita sostenibile.
Una storia di crescita con qualche inevitabile errore
Nel corso degli anni, un passo alla volta e misurando sempre con attenzione ogni mossa, la MLS si espande, sviluppa academy e costruisce una base solida. È una crescita meno appariscente, ma molto più stabile. Per la prima volta il soccer americano diventa un sistema reale: certo i soldi investiti non sono pochi, ma rispetto al contesto mondiale sono ben poca cosa.
Equilibrio e razionalità sono i nuovi passaggi con cui la MLS cerca prima di emergere e poi di stabilizzarsi. Certo gli errori non mancano: alcuni campioni pagati a peso d’oro contribuiscono alla crescita del movimento, ma altri continuano a vedere il campionato nord-americano semplicemente come un torneo dove percepire una ricca pensione senza impegno.
E poi c’è la brutta storia di Freddy Adu: quando emerge nel 2004, questo teenager ghanese è inserito in un calcio statunitense ancora in una fase delicata e viene caricato di aspettative enormi. Secondo tutti è addirittura l’erede di Pelé, il suo volto fa il giro del mondo e diventa il simbolo di un movimento che cerca legittimazione. Non è soltanto un talento precoce, ma un simbolo imposto al pubblico troppo presto, quando ancora deve dimostrare tutto e in uno sport di squadra dove è ancora più difficile emergere come singolo.

Come il calcio a stelle e strisce è diventato credibile
La sua carriera non seguirà neanche minimamente le aspettative, e sarà un caso rilevatore: quanto è rischioso costruire tutto intorno a un singolo giocatore, abitudine tipica degli sport americani fatti di statistiche e giocate individuali, oppure disputati con squadre ridotte in un cui si è più costretti a fare la differenza. La carriera gettata alle ortiche di Freddy Adu è stata il tragico tributo pagato dalla MLS per raggiungere la maturità.
Da questo punto di vista, la realtà di oggi, a pochi mesi dai Mondiali di calcio in programma a giugno 2026, è del tutto differente. Oggi il calcio statunitense non ha più bisogno di aggrapparsi a un solo volto salvifico. Perché dispone di una filiera molto più ampia: academy MLS, percorsi professionali più chiari, passaggi più frequenti in Europa, maggiore continuità tra settore giovanile, nazionale e club. È un cambiamento profondo, perché sposta il focus dalla ricerca ossessiva dell’eroe singolo alla produzione costante di giocatori credibili. Proprio quello che il calcio americano non aveva mai fatto, l’indicatore da cui si capisce la maturità di un movimento.
I calciatori USA protagonisti in Europa
Lo si nota anche guardando alla presenza dei giocatori statunitensi nei principali campionati UEFA. Il quadro di Transfermarkt sui nazionali e nazionali giovanili USA che giocano all’estero mostra oggi una distribuzione ampia. Tra il gruppo “players playing abroad” figurano profili attivi in Premier League, Ligue 1, Serie A, Bundesliga, Scottish Premiership e altri campionati europei, con nomi come Chris Richards, Antonee Robinson, Mark McKenzie e molti altri. Rispetto agli anni di Alexi Lalas e Thomas Dooley, gli americani in Europa non sono più eccezioni narrative o personaggi pittoreschi: sono parte riconoscibile del paesaggio calcistico continentale.
A rendere ancora più chiaro il salto di livello è il fatto che oggi molti di questi giocatori non si limitano a esserci. Ma in diversi casi si impongono. Pulisic e McKennie in Serie A, Robinson, Richard e Aaronson in Premier League, Tillman in Bundesliga, Balogun e Tessmann in Ligue 1 e altri profili distribuiti nei principali campionati mostrano come il calcio statunitense sia ormai capace di formare o rifinire talenti in grado di reggere il confronto ad alto livello. Il punto non è più dimostrare che un americano possa giocare in Europa. Oggi, infatti, molti giocatori yankee riescono a farlo.

Non più solo soccer
Ed è qui che il discorso porta naturalmente ai Mondiali del 2026. Se USA ’94 fu il grande evento che costrinse gli Stati Uniti a costruire una lega, USA 2026 arriva in un contesto completamente diverso: con una MLS estesa a 30 club, una rete di stadi e centri sportivi dedicati, una base giovanile più solida e una Nazionale che non vive più soltanto di pionieri o fiammate isolate. Il calcio statunitense, stavolta, non ospiterà il Mondiale per promettere un futuro: lo ospiterà da movimento solido, strutturato.
Per questo il vero finale della storia, almeno per ora, non sta più nel vecchio contrasto tra football e soccer. Sta nel fatto che gli Stati Uniti sono passati da essere un Paese dove il calcio era una realtà secondaria a uno dei luoghi in cui il gioco appare oggi più stabile, più organizzato e più credibile nella produzione di talento.
A un secolo dalla ASL e a trent’anni da USA ’94, il soccer americano non ha ancora sostituito il football nella cultura sportiva nazionale, e forse non lo farà mai, ma ha finalmente smesso di essere “lo sport degli altri”. Ed è proprio questa la trasformazione più importante di tutte. Il calcio negli Stati Uniti non sarà ancora diventato football, ma ha smesso da tempo di essere semplicemente soccer.

Bibliografia:
- David Wangerin, Soccer in a Football World: The Story of America’s Forgotten Game (WSC Books, 2006)
- Brian D. Bunk, From Football to Soccer: The Early History of the Beautiful Game in the United States (University of Illinois Press, 2013)
- Ian Plenderleith, Rock ’n’ Roll Soccer: The Short Life and Fast Times of the North American Soccer League (St. Martin’s Press, 2015)
Sitografia:
- Timeline – US Soccer.com
- (01/01/2025) The American adventure begins with a bang – FIFA.com
- Adelino “Billy” Gonsalves – Society for American Soccer History
- Abnos, A. (20/07/2024) A matured MLS can foster US prodigy Cavan Sullivan where it failed Freddy Adu – The Guardian
- Cunningham, J. – Why Do Some People Call Football “Soccer”? – Encyclopedia Britannica




