venerdì, Dicembre 12, 2025

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Dong Fangzhuo, dalle stelle alle stalle

Dal sogno di Manchester United alla realtà di un precoce declino: Dong Fangzhuo doveva essere il primo grande campione cinese in Europa, ma la sua parabola si è trasformata in un simbolo di illusioni e rimpianti. Tra gol in Belgio, una breve parentesi a Old Trafford e il ritorno anonimo in patria, la sua storia resta emblematica di un talento annunciato che non ha mai mantenuto le promesse.

Le origini del calcio in Cina

Forse non tutti sanno che anche in Cina si gioca a calcio, e da quasi mille anni. È infatti attorno al 1500 a.C. che si attribuisce l’invenzione, nel Celeste Impero, del Cuju (o Tsu’ Chu), sport che mirava a infilare un pallone di cuoio ripieno di piume e capelli femminili dentro un sostegno mediante l’uso esclusivo dei piedi.

Il fatto che poi il Paese, dai tempi della Rivoluzione di Mao, sia rimasto abbastanza chiuso al resto del mondo non ha certo favorito lo sviluppo del calcio moderno, solo recentemente tornato alla ribalta grazie al Guangzhou che ha avuto tra i suoi protagonisti Lippi, Diamanti e Gilardino.

Il sogno europeo di Dong Fangzhuo

Dalla seconda divisione cinese al Dalian Shide

In un Paese senza una base calcistica solida ma con quasi due miliardi di abitanti, la possibilità che nascesse un grande calciatore non era da escludere: questo quello che pensò probabilmente Sir Alex Ferguson, che nel gennaio 2004 convinse il suo Manchester United a mettere le mani sul giovanissimo Dong Fangzhuo, battendo sul tempo (si dice) Inter e Real Madrid.

In patria Dong era esploso, segnando 20 reti in 14 gare con lo Shangai United in seconda divisione. L’impressionante media-gol aveva convinto il Dalian Shide a puntare su di lui, e dopo poche gare arrivò la chiamata europea.

L’approdo al Manchester United e il prestito all’Anversa

Vero acquisto tecnico o mossa commerciale? Si parlò a lungo di un’operazione legata all’enorme mercato cinese, reduce dalla prima storica partecipazione ai Mondiali del 2002 e che effettivamente rappresentava un mercato, in termini di marketing, enorme e potenzialmente ancora inesplorato.

A complicare le cose c’erano le severe norme sui giocatori extracomunitari in vigore nel Regno Unito. Mancando i requisiti per il permesso di soggiorno nel momento del suo trasferimento all’Old Trafford, Dong fu spedito al Royal Antwerp, club all’epoca affiliato allo United in Belgio e utilizzato come sorta di squadra satellite in cui testare il potenziale di molte seconde linee.

The Chinese Goal Machine

Al suo primo impatto con il calcio europeo Dong non deluse: un gol in nove gare nella prima stagione, poi 7 in 22 nella seconda (con 6 reti nelle prime 7 partite, quasi sempre da subentrato). Nonostante qualche acciacco e gli impegni con la Nazionale, il suo talento sembrava confermato.

La terza stagione fu la migliore: 18 reti con l’Anversa in seconda divisione, titolo di capocannoniere e promozione in massima serie. Le prestazioni convinsero lo United a riportarlo a Manchester. I numeri, del resto, non mentivano, considerando inoltre che come stile di gioco Dong Fangzhuo non era certo il classico centravanti d’area.

Si trattava infatti di un attaccante pronto a partecipare alla costruzione del gioco e a sacrificarsi in copertura. Le caratteristiche giuste insomma per tentare il grande salto in Europa, e magari guidare anche la Cina che soltanto anni dopo si sarebbe davvero interessata, pur se per un breve periodo, al calcio.

Il ritorno a Manchester e il sogno infranto

Il passaporto belga non arrivò mai, ma i successi internazionali valsero comunque a Dong il tanto agognato permesso di soggiorno. Dopo altri sei mesi prolifici in Belgio (11 gol in 15 gare) era il momento del grande salto. Le aspettative erano abbastanza alte, anche perché dobbiamo tenere presente che il giovane talento cinese aveva segnato all’Antwerp la bellezza di 36 gol in 71 partite.

Ma fu un fuoco di paglia. Una volta rientrato a Manchester, Dong trovò davanti a sé una concorrenza spietata: Wayne Rooney e Louis Saha erano i titolari, alle loro spalle c’erano giovani come Giuseppe Rossi e Frazier Campbell. Nonostante l’etichetta di “Chinese Goal Machine”, non riuscì mai a imporsi per limiti tecnici e tattici evidenti: mancava di potenza fisica per reggere i duelli della Premier, il primo controllo era spesso impreciso e l’intensità del gioco inglese lo metteva in difficoltà.

Sir Alex Ferguson, maestro nel valorizzare i giovani, smise presto di considerarlo un progetto credibile, come già aveva fatto all’inizio della sua avventura a Manchester con Giuliano Maiorana e i Fergie’s Fledglings: dopo qualche comparsa con le Riserve e un esordio simbolico contro il Chelsea, Dong scivolò ai margini. Da promessa globale diventò quasi un peso, utile più al marketing che al campo, e lo United scelse di rispedirlo in prestito al Dalian Shide, là dove tutto era cominciato.

Declino e tentativi di rilancio

Il contratto con lo United rimase valido fino al 2010, ma la parabola di Dong era già in discesa. Segnò il suo primo (e unico) gol in Nazionale alle Olimpiadi di Pechino 2008 contro la Nuova Zelanda, davanti al suo pubblico, ma non bastò a rilanciare la carriera. La Cina chiuse ultima il girone C del torneo che avrebbe assegnato l’oro all’Argentina di futuri campioni come Angel Di Maria e Leo Messi.

Prima di arrendersi Dong tentò l’avventura nei campionati minori europei: 2 gare con i polacchi del Legia Varsavia, 3 con i portoghesi del Portimonense. L’ultima vera porta sull’Europa si aprì in maniera quasi inattesa nel 2010, quando Dong firmò con il Mika Ashtarak, club della capitale armena. Un campionato periferico, lontano dai riflettori e con scarso livello tecnico, ma che per lui rappresentava pur sempre un’opportunità di riscatto.

Triste tramonto in Armenia

In nove presenze mise a segno due reti: poco, se rapportato alle aspettative che lo avevano accompagnato fin dal debutto, ma abbastanza per interrompere un digiuno che in Europa durava da quasi cinque anni. Il problema era che il gol non bastava più: mancavano la condizione, la fiducia, la brillantezza degli esordi in Belgio.

Il Mika non fu il trampolino di rilancio che sperava. Più che un punto di partenza, quell’esperienza divenne il segnale definitivo che il calcio che conta non lo avrebbe più accolto. Da lì in avanti, il suo destino era scritto: un lento ritorno in Asia, lontano dalle luci che avrebbero dovuto consacrarlo.

Tornato in Cina, vestì la maglia degli Hunan Billows in seconda divisione. Qualche rete arrivò, ma senza grinta né motivazioni: Dong era ormai l’ombra di sé stesso. Nel frattempo, a Manchester, lo United investiva 30 milioni di euro per portare dallo Borussia Dortmund il giapponese Shinji Kagawa, presentato da Ferguson come “il miglior giocatore asiatico di sempre”. Una definizione che fece scalpore in Oriente e che, implicitamente, sanciva il definitivo tramonto di Dong: da predestinato dimenticato a nome che non meritava neppure di essere citato.

Epilogo amaro

L’ultima stagione la disputò con l’Hebei Zhongji, tra le squadre più modeste della seconda divisione cinese. Trentenne, appesantito e malinconico, Dong era ormai l’ombra di sé stesso. Si trascinava lento e ormai svogliato per il campo, nell’indifferenza generale di media e tifosi che invece, anni prima, sulla carta avrebbero dovuto adorarlo.

A soli 31 anni, appesi gli scarpini al chiodo con non pochi rimpianti, si sottopose a un intervento di chirurgia plastica in diretta TV per rendersi meno riconoscibile. Troppi gli insulti e gli sberleffi ricevuti per strada, simbolo di un fallimento che i tifosi cinesi, e lui stesso del resto, preferivano dimenticare.

Ed è qui che la storia si chiude: Dong Fangzhuo, il talento che avrebbe dovuto aprire al calcio cinese le porte d’Europa, rimane un monito doloroso di ciò che significa essere etichettati come “predestinati” troppo presto.

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Simone Cola
Simone Colahttps://www.uomonelpallone.it
Amante del calcio in ogni sua forma e degli uomini che hanno contribuito a scriverne la leggenda

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