La storia di come è nata la maglia della Juventus è nota a molti tifosi e studiosi delle origini del calcio. Meno nota è invece quella dell’uomo che secondo le cronache ne fu responsabile, il Marchese Jim Savage, uno dei primi grandi pionieri del gioco in Italia. Che non era un marchese, non si chiamava Jim e forse non era mai stato neanche un calciatore prima di fare la storia in bianconero.
Una delle squadre più divisive al mondo, ammirata e invidiata, amata e detestata, la Juventus è senza dubbio uno dei club più importanti nella storia del calcio italiano, europeo e mondiale. Ormai da moltissimi anni è inoltre una superpotenza, in grado di attirare giocatori di enorme spessore e di fare il bello e il cattivo tempo nel calciomercato. Una big in tutti i sensi.
Eppure non è sempre stato così. In un tempo ormai lontano, quello delle origini del calcio in Italia, la Juventus non era altro che il sogno di un manipolo di giovani che si erano appassionati a quello strano quanto affascinante gioco arrivato in Italia, a Torino, grazie a Edoardo Bosio e i primi pionieri britannici. Studenti del terzo e del quarto anno del liceo classico Massimo D’Azeglio, che su una storica panchina in Corso Re Umberto diedero vita al club spinti esclusivamente dall’entusiasmo.
Così ricorda quei tempi uno dei primi soci fondatori, Umberto Malvano, in seguito anche dirigente, presidente e persino arbitro, in un articolo riportato dal baule di ricordi bianconeri sul web chiamato “Il Pallone Racconta” di Stefano Bedeschi.
I primi tempi giocavamo in Piazza d’Armi. Duecento o trecento persone come spettatori. Tiravamo una corda tutt’intorno. La porta era fatta con due pali e una corda tesa alla quale attaccavamo una striscia di tela perché si vedesse: così giocavamo nel 1897. Ci riunivamo nell’officina dei fratelli Canfari in corso Re Umberto, dietro l’officina c’era una stanza abbastanza grande con sedie e panche. I fratelli Canfari fabbricavano biciclette. Mi ricordo come fosse ora: un cancello, una porta…e lì fu deciso il nome Juventus.
Umberto Malvano
Come è nata la maglia della Juventus: in principio fu una camicia rosa…
Nei suoi primi anni di vita la Juventus ebbe vita molto difficile. Cambiò molte volte sede, perché i giovani membri del club si trovavano ad affrontare numerosi problemi economici mentre diventavano adulti. Il calcio restava ancora un gioco per loro, al punto che la prima partita amichevole documentata arrivò soltanto nel giugno del 1899, a quasi due anni dalla fondazione, un netto successo per 3-0 contro l’Istituto Tecnico Germano Sommeiller.
È curioso realizzare che quella che appena trent’anni dopo sarebbe diventata la squadra più forte d’Italia nei suoi primi anni faticava persino ad acquistare l’attrezzatura di gioco. La Juventus scendeva in campo in camicia rosa e pantaloni neri, così come nera era la cravatta – o in alcuni casi il farfallino – che sottolinea l’entusiasmo amatoriale dell’epoca.
Parliamo del resto di un tempo in cui l’attrezzatura era costosa per le tasche di ragazzi tra i 14 e i 17 anni. Persino acquistare un pallone era un’impresa, e il primo, preziosissimo, era stato comprato con una colletta tra tutti i membri. Saltato – probabilmente per motivi economici – l’appuntamento con il primo campionato di calcio italiano, gli juventini cercavano la svolta con l’ingresso di nuovi membri, abili nel calcio e possibilmente facoltosi.
Il pioniere inglese
Uno degli uomini della provvidenza fu l’inglese Jim Savage, commerciante di merletti benestante molto noto a Torino e soprannominato da chiunque lo conoscesse “il Marchese”. Veniva da Nottingham, e in Italia era stato uno dei primi pionieri del calcio insieme a Edoardo Bosio, Herbert Kilpin – futuro fondatore del Milan – e il Duca degli Abruzzi. Nell’ancora ristrettissima nicchia di appassionati di questo sport era noto per essere stato l’autore del gol decisivo nella prima partita di calcio giocata in Italia, quando giocando in una rappresentativa di Torino aveva sconfitto il Genoa.
A Savage le camicie rosa non erano piaciute fin da subito, e certo i numerosi lavaggi che avevano subito nel corso degli anni, e che le aveva stinte rendendole di un colore ormai indefinito, non gli avevano fatto cambiare idea. Una squadra di calcio degna di questo nome doveva avere divise di qualità, e dopo aver descritto i compagni “simili a reduci di guerra” il Marchese decise di intervenire.

In città si diceva che il Marchese, che doveva il suo soprannome a una certa eleganza innata ma non vantava titoli nobiliari, fosse stato in gioventù addirittura un calciatore professionista in quel di Nottingham, con la maglia (a seconda delle fonti) del Forest o del Notts County. Probabilmente si trattava soltanto di una leggenda, ma certo è che per il mediocre livello del calcio italiano degli esordi le sue qualità bastavano e avanzavano a renderlo uno dei giocatori più forti in circolazione.
Inoltre, pur avendo forti legami con l’Italia – a Torino aveva sposato la compagna Sarah Emily Mallet nel 1890, e sempre in città avrebbe avuto due figli – Savage restava costantemente in contatto con l’Inghilterra. Mentre forniva ai compagni lezioni di tecnica e di tattica, decise di ordinare un set di vere maglie da calcio per la Juventus, che sarebbero arrivate direttamente dal Paese dove il football era nato ed era ormai, all’alba del XX secolo, sport nazionale.
Chi fu davvero il Marchese Savage?
Facciamo un passo indietro. Savage non solo non era un marchese, ma non si chiamava nemmeno Jim o John. Oggi è ricordato come Gordon Thomas Savage, ma come correttamente riportato dalla Gazzetta Piemontese nelle cronache relative al suo matrimonio, evento di cui si parlò in tutta Torino, il suo vero nome era Tom Gordon Savage.
La verità su gran parte di quello che sappiamo su come è nata la maglia della Juventus e sulla vita di Tom Gordon Savage la dobbiamo a Andy Black, tifoso del Notts County e membro della redazione del sito Pride of Nottingham. È stato lui, mentre eseguiva ricerche su un altro pioniere del calcio italiano arrivato dalla città, il fondatore del Milan Herbert Kilpin, a scoprire la verità sul passato di un personaggio che fino al 2017 era noto semplicemente come “il Marchese Jim Savage”.
Non solo Savage non era un marchese, ma probabilmente non era mai stato un calciatore – e quasi certamente non un professionista – in patria dato che né Black né molti autorevoli siti storici menzionano una qualche sorta di carriera precedente. Certo è però che la sua conoscenza del gioco e le sue qualità tecniche fossero superiori nel momento in cui l’Italia iniziava a conoscere il calcio. E il suo entusiasmo contagioso: come detto fu lui a proporre l’acquisto di un nuovo set di maglie, che sarebbe arrivato dall’Inghilterra, precisamente proprio da Nottingham da una ditta di sua conoscenza, la Shaw & Shrewsbury.
Savage era un vero inglese, e ai nostri occhi pareva che avesse inventato lui stesso il gioco. Era inoltre responsabile di un accordo commerciale tra la Juventus e un’azienda di Nottingham che da qualche tempo si occupava di rifornirci di palloni.
Domenico Donna, calciatore della Juventus dal 1897 al 1910
Un errore che ha fatto storia
A questo punto della storia, così come sul passato di calciatore di Savage, esistono diverse versioni su come è nata la maglia della Juventus che tutti conosciamo. La prima è che le maglie bianconere del Notts County arrivarono su espressa richiesta del calciatore, se è vero che aveva giocato per il club o comunque ne era un tifoso. La seconda è che il magazzino spedì il primo lotto che aveva a disposizione, anche se la richiesta originale riguardava le magliette rosse Garibaldi Red del Nottingham Forest, in linea con il rosa delle origini.
La terza ipotesi parla di un errore da parte di Shaw & Shrewsbury, che osservando le camicie rosa stinte della Juventus non pensarono che il club ne volesse di rosse, ma appunto di bianche. O bianconere. Maglie che all’arrivo a Torino non suscitarono particolare entusiasmo ma che nel tempo sarebbero diventate iconiche e descritte dai giocatori stessi come simbolo dell’eleganza classica piemontese.
A lungo si è creduto che questo fatto fosse avvenuto nel 1903, ma l’autorevole storico juventino Luca Fornara ha successivamente scoperto che la prima in bianconero della Vecchia Signora andò in scena l’8 dicembre del 1901, come riportato dalla cronaca de “Il Corriere dello Sport – La Bicicletta” del giorno successivo.
Il primo match della stagione. Chi ben comincia è a metà dell’opera, il Milan Club può essere orgoglioso della vittoria ottenuta ieri contro la Juventus che, a buon diritto, è reputata una tra le più forti società che eserciti in Italia il gioco della palla al calcio. Il terreno veramente non era molto favorevole ad un regolare svolgimento di un’importante partita: il sole aveva sgelato la ottima pelouse di piazza Doria rendendola un campo di fango ove la palla sdrucciolava più che non corresse e ove i giocatori di necessità imitavano la palla quando lo sdrucciolone non li conducevano a misurare il terreno. Ma procediamo con ordine. Con gentile pensiero i torinesi avevano aderito all’invito della direzione della società milanese e ieri alle 14 si trovavano sul campo del Trotter Italiano sfoggiando i nuovi colori non più bianco e rosa ma bianco e nero.
Il Corriere dello Sport – La Bicicletta (9 dicembre 1901)
Un legame in bianconero che resiste al tempo
Come è nata la maglia della Juventus dunque? Probabilmente per un errore di magazzino o una spedizione frettolosa, certamente per merito di uno dei primi grandi pionieri del calcio italiano. Tom Gordon Savage, una figura che nei decenni successivi è stata quasi totalmente dimenticata e che, in una data non precisata, lasciò il nostro Paese per fare ritorno in Inghilterra, a Nottingham, dopo aver scritto la storia del calcio nel nostro Paese come calciatore, dirigente e persino arbitro – fu lui a dirigere la finale Scudetto del 1902 in cui il Genoa superò il Milan 2-0.
Da quel lontano giorno in cui un magazzino di Nottingham spedì a Torino le maglie del Notts County, il legame tra i due club accomunati dalla divisa bianconera è rimasto saldo. Nel 2011 la Juventus ha scelto di inaugurare lo Stadium in un’amichevole proprio contro gli amici inglesi, partita che ha destato molta curiosità circa la scelta dell’avversario e riportato a galla la storia della maglia e del Marchese Savage, mentre nel 2023 molti tifosi juventini hanno festeggiato nei pub di Torino il ritorno in Division Two (quarta serie) del Notts County.
Il quale, vale la pena ricordarlo, è stato fondato nel 1862, addirittura l’anno precedente alla nascita della Football Association, ed la quinta squadra più antica di tutti i tempi. Preceduto soltanto da realtà ormai scomparse da tempo o che non hanno mai lasciato lo status amatoriale/dilettantistico, il Notts County è parte della storia del calcio in quanto club professionistico più antico al mondo.
Ma questa, come direbbe qualcuno ben più conosciuto e quotato di me, è un’altra storia…
Sitografia:
- (23/04/2017) Storia e amicizia al JMuseum nel nome di Savage (Juventus.com) LINK
- Jones, J. (10/05/2017) Tom Gordon Savage: The Nottingham man who brought the black and white stripes to Juventus (Pride of Nottingham – Notts County Community) PARTE 1 – PARTE 2
- Bedeschi, S. (31/05/2017) Tom Gordon SAVAGE (Il Pallone Racconta) LINK
- Carter, A. (03/09/2021) Tom Gordon Savage, the Nottingham Man Responsible for Juventus’ Iconic Stripes (LeftLion) LINK





