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Julinho, il brasiliano dal cuore viola

Tre anni. Tanto bastò a Júlio Botelho, per tutti Julinho, per diventare uno dei più grandi giocatori nella storia della Fiorentina. Arrivato a Firenze nell’estate del 1955, il brasiliano fu protagonista del primo Scudetto viola e della prima finale di Coppa dei Campioni raggiunta da una squadra italiana. Poi la saudade lo riportò in Brasile, apparentemente per sempre. Soltanto molti anni dopo si sarebbe scoperto che Julinho aveva lasciato Firenze, ma che non aveva mai lasciato la Fiorentina.

«Un’ala può arrivare a Julinho, non oltre.»

Fulvio Bernardini

Di grandi ali Fulvio Bernardini ne aveva viste parecchie. Prima di diventare allenatore era stato uno dei migliori calciatori italiani della sua epoca e aveva incrociato campioni come Raimundo Orsi e Carlo Reguzzoni. Eppure quando vide giocare Júlio Botelho, Julinho, capì di trovarsi davanti a qualcosa di diverso. Quell’ala brasiliana doveva giocare nella sua Fiorentina.

Nel 1954 Julinho era stato una delle stelle del Brasile ai Mondiali in Svizzera, conclusi ai quarti contro la Grande Ungheria di Puskás nella violentissima sfida passata alla storia come “la battaglia di Berna”. Aveva anche segnato uno dei due gol verdeoro nella sconfitta per 4-2, dimostrando di essere uno dei migliori al mondo nel suo ruolo se non il migliore in assoluto.

Proprio per questo portarlo in Italia non sarebbe stato semplice. Nell’estate del 1955 Bernardini partì personalmente per San Paolo insieme al vicepresidente viola Luigi Pacini. Dopo settimane di trattative, il 20 luglio arrivò finalmente l’accordo con la Portuguesa: la Fiorentina aveva preso Julinho. L’operazione costò complessivamente circa 60 milioni di lire, una cifra importante per l’epoca ma che si sarebbe presto rivelata ben spesa.

Julinho: dal Brasile a Firenze

In realtà l’Italia aveva già provato a prenderlo. Durante una tournée europea della Portuguesa nel 1951 era stato soprattutto l’Inter a interessarsi a quel brasiliano dallo sguardo malinconico e dai baffetti alla Clark Gable, ma senza riuscire a portarlo a Milano. Quattro anni più tardi la Fiorentina fu molto più decisa.

A Firenze arrivava un giocatore ormai completamente formato. Julinho era un’ala destra nel significato più classico del termine: prendeva il pallone, puntava il difensore, lo saltava e creava superiorità numerica. Non aveva bisogno di inventarsi il calcio, gli bastava semplificarlo: dribbling, accelerazione, controllo di palla e soprattutto la capacità di capire con largo anticipo cosa sarebbe successo davanti a lui.

Anche se era dotato di un tiro potente e preciso, che gli aveva permesso di segnare diverse reti alla Portuguesa, la sua qualità più evidente era proprio la capacità di liberarsi dell’avversario diretto, in modo tanto elegante quanto concreto. Straordinaria macchina da assist, si distingueva anche per la compostezza con cui incassava i numerosi calci ricevuti dai difensori che non erano in grado di fermarlo con le buone.

Quello che Bernardini aveva acquistato, insomma, non era semplicemente un ottimo straniero. Era uno dei migliori calciatori brasiliani della sua generazione, già protagonista con la Seleção e nel pieno della maturità. E fin dalle prime partite i tifosi della Fiorentina capirono che con lui in squadra sarebbe stato finalmente possibile sognare qualcosa di grande.

La Fiorentina costruita intorno a un fuoriclasse

Julinho trovò però a Firenze molto più di una squadra disposta ad affidargli il pallone. Bernardini aveva costruito un gruppo formidabile: Sarti in porta, Magnini e Cervato in difesa, Chiappella, Segato, Montuori, Gratton, Prini e soprattutto Giuseppe Virgili, il centravanti che tutti chiamavano “Pecos Bill”.

Quella Fiorentina era una squadra straordinariamente moderna per l’epoca, organizzata, fisica, un gruppo di ottimo livello a cui Julinho aggiungeva le sue qualità tecniche da fuoriclasse. Quando partiva sulla fascia destra gli avversari dovevano per forza provare a prenderlo, ed era proprio questo che Bernardini voleva: le difese si sbilanciavano nello spesso vano tentativo di fermarlo quando puntava l’uomo, e la Viola trovava così gli spazi dove colpire.

Uno degli schemi più semplici divenne anche uno dei più efficaci. Julinho arrivava sul fondo e serviva palloni tesi, spesso rasoterra, verso Virgili e Montuori. Avrebbe segnato appena sei reti in quel campionato, ma bisogna essere in grado di guardare il calcio al di là delle sterili statistiche che spesso non permettono di capire l’insieme: il numero racconta soltanto una piccola parte della sua importanza.

La Fiorentina cominciò a vincere e non smise praticamente più. Quella del 1955/1956 si trasformò nella stagione più importante della storia viola fino a quel momento: il primo Scudetto arrivò con una superiorità impressionante. La squadra di Bernardini perse una sola partita, l’ultima e ormai inutile contro il Genoa, chiudendo il campionato con ben 12 punti di vantaggio sul Milan secondo, un divario impressionante considerando che parliamo dell’epoca dei 2 punti a vittoria.

Julinho porta la Fiorentina fino a Madrid

Il titolo italiano aprì alla Fiorentina le porte della Coppa dei Campioni, competizione nata appena un anno prima. I viola eliminarono il Norrköping, poi i Grasshoppers e infine la Stella Rossa di Belgrado, diventando la prima squadra italiana capace di raggiungere la finale del nuovo torneo europeo.

Il 30 maggio 1957 al Santiago Bernabéu l’avversario era però il Real Madrid. Di Stéfano, Gento, Kopa, Rial: dall’altra parte c’era probabilmente la squadra più forte del mondo. E giocava in casa, davanti a più di 100mila spettatori. Eppure per quasi settanta minuti la Fiorentina riuscì a tenerle testa.

La partita cambiò per un episodio destinato a essere discusso a lungo. Al 69′ Mateos venne fermato fallosamente da Magnini: l’intervento sembrò avvenire fuori dall’area, ma l’arbitro olandese Leo Horn assegnò il rigore. Di Stéfano trasformò dal dischetto, poi Gento approfittò degli spazi lasciati dai viola alla ricerca del pareggio e segnò il definitivo 2-0.

Il sogno europeo finì lì, ma la dimensione raggiunta dalla Fiorentina era ormai evidente. In appena due stagioni Julinho aveva vinto uno Scudetto, raggiunto una finale di Coppa dei Campioni e conquistato Firenze. Il problema era che Firenze non era il Brasile. E per un uomo profondamente legato alla propria terra la distanza cominciava a pesare.

La saudade e quel primo ritorno a casa

Al termine della stagione 1956/57 la Fiorentina arrivò seconda in campionato dietro al Milan. Scaduto il contratto, Julinho tornò in Brasile e sembrava deciso a restarci. Alla nostalgia per il proprio Paese si era aggiunta la situazione familiare: il padre era morto e il giocatore non voleva lasciare sola la madre.

La Fiorentina però non aveva nessuna intenzione di perderlo. Bernardini e la società riuscirono infine a convincerlo a tornare per un’altra stagione. Firenze ebbe Julinho ancora per un anno, abbastanza per vederlo contribuire a un altro secondo posto, ma lo smisurato amore del popolo viola non riuscì a spegnere definitivamente quella malinconica saudade che lo accompagnava ormai da tempo.

Nella primavera del 1958 accadde anche un episodio curioso. Il Brasile, in viaggio verso la Svezia dove avrebbe disputato il Mondiale, affrontò proprio la Fiorentina in amichevole allo stadio Comunale. Julinho giocò naturalmente in viola; dall’altra parte, sulla fascia destra della Seleção, c’era Garrincha. Finì 4-0 per i brasiliani.

Poche settimane più tardi quella squadra avrebbe conquistato il primo titolo mondiale della storia del Brasile. Julinho però in Svezia non ci sarebbe stato, nonostante fosse ancora uno dei migliori calciatori brasiliani in circolazione.

Il Mondiale del 1958 che Julinho non volle giocare

Secondo le ricostruzioni tramandate sulla vicenda, il commissario tecnico Vicente Feola aveva deciso di costruire la Nazionale scegliendo giocatori che militavano in Brasile. Julinho rappresentava però un caso particolare: era talmente forte che il selezionatore sarebbe stato disposto a fare un’eccezione per lui.

Fu il giocatore a tirarsi indietro. Non riteneva corretto ottenere un trattamento diverso da quello riservato agli altri brasiliani che giocavano all’estero e soprattutto non voleva togliere il posto a chi aveva conquistato la convocazione giocando in patria. Una decisione perfettamente coerente con il personaggio.

La vecchia storia secondo cui il suo rifiuto avrebbe “regalato” il posto a Garrincha è affascinante, ma semplifica parecchio quanto accadde. Garrincha faceva già parte della Seleção e sarebbe andato comunque in Svezia; nelle prime due partite del Mondiale, inoltre, Feola gli preferì Joel. Soltanto dalla terza gara contro l’Unione Sovietica Garrincha e Pelé entrarono stabilmente nella squadra.

Il Brasile avrebbe vinto il Mondiale e Garrincha sarebbe diventato una leggenda. Julinho, invece, scelse definitivamente di tornare a casa. Nell’estate del 1958 lasciò la Fiorentina dopo tre stagioni, 98 presenze ufficiali e 23 reti, uno Scudetto, due secondi posti e una finale di Coppa dei Campioni.

Il ritorno in Brasile e una seconda carriera

Se qualcuno pensava che Julinho fosse tornato in Brasile perché ormai sul viale del tramonto, si sbagliava di grosso. Aveva appena 29 anni e con il Palmeiras avrebbe giocato ancora a lungo, diventando una delle grandi leggende anche del club paulista.

Con il Verdão disputò oltre 250 partite e segnò più di 80 gol, conquistando tra l’altro il Campeonato Paulista nel 1959 e nel 1963, il campionato brasiliano nel 1960 e il Torneo Rio-São Paulo nel 1965. La saudade non aveva riportato a casa un ex campione, ma un giocatore ancora perfettamente in grado di fare la differenza ai massimi livelli.

Continuò inoltre a vestire la maglia del Brasile negli anni successivi. La sua storia con la Seleção non si era quindi conclusa con il Mondiale rifiutato: sarebbe tornato a rappresentare il proprio Paese e avrebbe giocato in Nazionale fino al 1965, ormai 35enne, e avrebbe chiuso con 26 presenze e 13 gol, l’ultimo segnato l’anno prima contro l’Inghilterra in una clamorosa vittoria per 5-1.

La carriera si concluse definitivamente nel 1967, e quando appese gli scarpini al chiodo Julinho poteva guardarsi indietro e vedere tre grandi amori calcistici: la Portuguesa che lo aveva lanciato, il Palmeiras con cui aveva trascorso la parte più lunga della carriera e, dall’altra parte dell’Atlantico, una squadra in cui aveva giocato appena tre anni ma che lo aveva amato come pochissimi prima di lui.

Julinho e la Fiorentina, amore eterno

Appena tre anni, appunto, eppure a Firenze nessuno lo aveva dimenticato. Julinho era stato il campione arrivato quando la Fiorentina non aveva ancora vinto niente e se n’era andato lasciandola tra le grandi d’Italia e d’Europa. Per un’intera generazione di tifosi viola (mio nonno compreso – NdA) rimase semplicemente uno dei più forti mai visti. Probabilmente il più forte in assoluto.

Ma neppure lui dimenticò Firenze: nel 1978, alla vigilia di una delicatissima Fiorentina-Genoa decisiva per la salvezza, inviò un telegramma al suo vecchio compagno Beppe Chiappella, allora allenatore viola, che recitava “Forza Viola!”. Tre anni più tardi tornò in città e diede il calcio d’inizio di un’amichevole contro l’Argentina. La saudade, evidentemente, aveva finito per cambiare direzione. Il suo cuore fu in fondo sempre diviso tra due grandi amori, separati però da un oceano.

Júlio Botelho morì a San Paolo il 10 gennaio 2003. Aveva 73 anni. Fu allora che a Firenze cominciarono a circolare alcuni particolari della sua vita privata che fecero commuovere i tifosi: nella sua casa aveva fatto dipingere di viola le pareti della stanza e aveva lasciato disposizione perché sulla bara, insieme ai simboli delle squadre brasiliane della sua vita, ci fosse anche quello della Fiorentina.

Tre stagioni erano bastate. Julinho aveva lasciato Firenze nel 1958 perché sentiva troppo la mancanza del Brasile. Il paradosso è che finì per avere nostalgia anche di Firenze. Da contratto il suo rapporto con la Fiorentina durò appena tre anni; tutto il resto, evidentemente, durò molto più a lungo.


Júlio Botelho, Julinho

  • Nato a: San Paolo, Brasile, 29 luglio 1929
  • Morto a: San Paolo, Brasile, 10 gennaio 2003
  • Ruolo: ala destra
  • Squadre principali: Juventus-SP, Portuguesa, Fiorentina, Palmeiras
  • Principali trofei: Serie A 1955/56; Campeonato Brasileiro 1960; Campeonato Paulista 1959, 1963; Torneo Rio-São Paulo 1965

Sitografia:

  • Pastorin, D. (2002) Julinho (Julio Botelho) – Treccani
  • SE Palmeiras, Julinho Botelho – Palmeiras
  • SE Palmeiras (2012) Há 45 anos, Julio Botelho se despedia dos campos de futebol – Palmeiras
  • Piana Notizie, La campagna acquisti e la preparazione dello storico campionato 1955-1956, quello del tricolore – Piana Notizie
  • Romoli, R. (04/08/18) Firenze impazza per l’arrivo di Julinho: i tifosi viola sognano lo scudetto! – Viola News
  • RSSSF, Seleção Brasileira 1957-1958 – RSSSF Brasil
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