Il primo trasferimento di calciomercato registrato in Italia destò grande scandalo: Sardi e Santamaria, due stelle dell’Andrea Doria, passarono ai rivali cittadini del Genoa. La mossa era irregolare, e avrebbe segnato la fine dell’epoca dilettantistica e l’inizio del professionismo.
Aveva fatto scalpore una campagna-acquisti del Genoa, che aveva prelevato dal Milan “il figlio di Dio” De Vecchi per 24 mila lire e il trio Santamaria-Fresia-Sardi dall’Andrea Doria. Aggiudicarsi quattro giocatori del giro della Nazionale non era mossa che potesse passare inosservata ai tempi in cui il calcio si professava rigorosamente dilettantistico.
Il primo grande scandalo di mercato del calcio italiano non nacque quando il professionismo era già stato ammesso, ma proprio quando il football continuava a proclamarsi dilettantistico. Accadde a Genova, nell’estate del 1913, e coinvolse due stelle dell’Andrea Doria, Enrico Sardi e Aristodemo Santamaria, passati ai rivali cittadini del Genoa dietro compenso economico. Non fu il primo cambio di maglia della nostra storia, ma fu il primo caso così vistoso, documentato e clamoroso da far saltare il velo dell’ipocrisia: da quel momento il calcio italiano non poté più fingere di essere soltanto un passatempo per gentiluomini.
In realtà i trasferimenti ovviamente esistevano già. I giocatori si spostavano per motivi di lavoro, di studio, di leva militare, di famiglia, oppure per dissapori interni e ambizioni personali. Il calcio, all’epoca, non era ancora un mestiere riconosciuto: era un’attività nobile, appassionante, ma subordinata alla vita vera. Proprio per questo le società avevano imparato presto a muoversi sul confine: non potendo pagare apertamente i calciatori, trovavano loro un impiego, una sistemazione, un aiuto mascherato, un po’ come aveva fatto il Darwen nel 1880 (oltre trent’anni prima) in Inghilterra. Il professionismo, insomma, esisteva già nei fatti molto prima di essere ammesso nei regolamenti.
Il calciomercato al tempo dei pionieri
Per capire il caso Sardi-Santamaria bisogna però partire dalla stagione precedente. Nel 1912-13 il Genoa, che non era più il dominatore incontrastato degli inizi – aveva vinto il primo campionato italiano e dominato le edizioni immediatamente successive – e soffriva l’ascesa della Pro Vercelli, decise di cambiare passo. In panchina arrivò William Garbutt, il primo allenatore moderno del nostro calcio, e attorno a lui il club costruì una prima ondata di rinnovamento britannico. Quella stagione si chiuse con un secondo posto, con Percy Walsingham come uomo più impiegato in campionato e John Grant come miglior marcatore con 20 gol: abbastanza per capire che la strada imboccata era quella giusta, ma non ancora sufficiente per tornare primi.
Tra i nuovi arrivi spiccava proprio John Wylie Grant, centravanti scozzese di scuola britannica, abituato a un calcio più rapido, più diretto, più maturo di quello che si giocava allora in Italia. Le fonti genoane gli attribuiscono numeri impressionanti in rossoblù, e del resto parliamo di un professionista inserito in un contesto ancora amatoriale come quello del calcio italiano del periodo. Accanto a lui c’era Percy Graham Walsingham, attaccante londinese passato da Millwall, Clapton Orient e Chelmsford, che al Genoa sarebbe rimasto più a lungo, fino a diventare uno dei volti più riconoscibili di quella fase di transizione. Più in ombra, ma non meno significativo, c’era Alfred James Mitchell, centrocampista inglese arrivato nel 1912 e impiegato nella stagione del secondo posto: un nome oggi quasi dimenticato, ma utile a capire che il Genoa non stava cercando soltanto il colpo di immagine, bensì una vera modernizzazione tecnica.
Il professionismo mascherato e l’arrivo di Davidson
Naturalmente, tutto ciò avveniva dentro il paradosso del dilettantismo ufficiale. Walsingham, per esempio, risultò impiegato presso la società carbonifera Maresca; nelle note della stagione 1912-13 compaiono anche gli impieghi di copertura trovati agli altri inglesi, come Grant alla ditta Malfettani e Mitchell presso l’agenzia marittima Coe & Clerici. Era un sistema già molto simile al professionismo, semplicemente raccontato con un altro lessico. Il Genoa non stava ancora pagando stipendi in modo aperto, ma aveva già capito che per vincere servivano struttura, relazioni e denaro.
La vera svolta arrivò nell’estate del 1913, quando alla presidenza salì George “Geo” Davidson, imprenditore di origine scozzese, uomo di sport a tutto tondo e già campione italiano di ciclismo su strada nel 1886. Davidson era il dirigente perfetto per quel momento storico: cosmopolita, ambizioso, disposto a spendere pur di riportare il Genoa al vertice. Con lui il club passò dal rinnovamento graduale alla campagna acquisti che avrebbe fatto epoca.
Il colpo più clamoroso fu Renzo De Vecchi. Nato a Milano nel 1894, aveva già esordito nel Milan a 15 anni e in Nazionale a 16 anni e 3 mesi, in un’epoca in cui anche solo affacciarsi così presto al calcio dei grandi era qualcosa di eccezionale. I tifosi rossoneri lo avevano soprannominato “Figlio di Dio”: non per semplice enfasi, ma perché De Vecchi dava davvero l’impressione di appartenere a una categoria superiore, per tecnica, personalità e intelligenza di gioco. Terzino moderno in un calcio ancora pionieristico, aveva già accumulato 64 presenze e 7 gol con il Milan quando Davidson riuscì a strapparlo ai rossoneri. Fu molto più di un acquisto: fu un messaggio a tutto il calcio italiano.
Il trasferimento che cambiò tutto
Se De Vecchi era il nome più prestigioso, dall’Andrea Doria arrivò invece un blocco che aveva un peso ancora più sensibile sul piano cittadino: Attilio Fresia, Enrico Sardi e Aristodemo Santamaria. Qui non si trattava soltanto di rinforzarsi: il Genoa stava portando via tre uomini importanti alla rivale cittadina, violando un equilibrio sentimentale prima ancora che sportivo. Ed è anche per questo che lo scandalo scoppiò con tanta violenza.
Attilio Fresia, torinese, era forse il più elegante del trio. Vittorio Pozzo lo avrebbe ricordato come uno dei talenti più puri del calcio italiano del tempo. Giocava da interno offensivo, con tecnica fine e inventiva, e proprio nel 1913 entrò per la prima e unica volta nel giro azzurro. Il Genoa lo acquistò per 400 lire, ma la sua storia prese subito una direzione inattesa: nelle amichevoli contro il Reading impressionò gli inglesi al punto da essere portato oltremanica per 17 sterline, diventando il primo calciatore italiano a giocare in Inghilterra. La sua parabola breve e irregolare lo rende uno dei personaggi più romanzeschi di tutta questa vicenda.
Chi erano davvero Sardi e Santamaria?
Enrico Sardi aveva invece un profilo più ruvido e avventuroso. Nato a Genova nel 1891, era emigrato da bambino con la famiglia a Buenos Aires, dove aveva iniziato a giocare prima di tornare in Liguria. Con l’Andrea Doria aveva messo insieme 61 presenze e 36 gol, imponendosi come attaccante di razza, istintivo e feroce sotto porta. Alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 segnò in maglia azzurra contro Finlandia e Svezia, confermando di essere uno dei migliori uomini d’attacco italiani del momento. Dopo il passaggio al Genoa sarebbe diventato addirittura uno dei grandi cannonieri della storia rossoblù, chiudendo con 105 presenze e 81 reti.
Aristodemo Santamaria, detto “Maja”, era forse il più simbolico per il tifo. Nato nel 1892, a 16 anni era già titolare nell’Andrea Doria, con cui segnò 21 gol in 62 presenze. Era ricordato per la rete al Genoa nel derby del 30 gennaio 1910 vinto 3-0 dai doriani, e il CONI lo descrive come un attaccante possente, statuario, forte di testa, efficace nelle mischie d’area, perfetto emblema del calcio “eroico” di quegli anni. Portarlo sull’altra sponda di Genova significava colpire non solo una squadra, ma un’identità.
Le cifre dello scandalo
A rendere il caso storico fu però il denaro. La stagione 1913-14 del Genoa registra cifre che ancora oggi colpiscono: 24.000 lire per De Vecchi, 400 lire per Fresia e 3.000 lire complessive per Sardi e Santamaria. Se si usa il solo criterio del potere d’acquisto, applicando le tavole ISTAT aggiornate al 2024, si arriva a ordini di grandezza che aiutano ma non bastano: De Vecchi oggi varrebbe circa 113.000 euro, Fresia 1.900 euro, mentre la somma spesa per Sardi e Santamaria sarebbe pari a circa 14 mila euro.
Ma la vera misura dello scandalo emerge se si guarda ai salari genovesi dell’epoca: nel 1913 un muratore prendeva circa 4,60 lire al giorno e un manovale 3 lire. Tradotto: le 3.000 lire per Sardi e Santamaria valevano più di 650 giornate di lavoro per un muratore o 1.000 per un manovale; le 24.000 lire di De Vecchi salivano a oltre 5.200 giorni per un muratore o 8.000 per un manovale. Non era un semplice “rimborso”: era una fortuna.
E infatti la storia esplose nel modo più teatrale possibile. Sardi e Santamaria si presentarono in banca per riscuotere il compenso; un cassiere, tifoso dell’Andrea Doria, li riconobbe e fece partire la denuncia. All’improvviso il professionismo occulto, che fino a quel momento viveva di voci, favori e sottintesi, si trovò materializzato in una traccia concreta: un pagamento, una firma, una prova. La FIGC intervenne, i due calciatori furono colpiti da una dura squalifica poi alleggerita, e il Genoa arrivò a rischiare la radiazione prima di salvarsi grazie a una difesa efficace. Ma a quel punto il punto non era più soltanto disciplinare: il calcio italiano aveva perso l’innocenza.
Il Genoa aveva predetto il futuro
Il paradosso finale è che Davidson, in effetti, ci aveva visto giusto. De Vecchi sarebbe diventato una colonna del Genoa e della Nazionale; Walsingham e Grant avevano già alzato il livello del reparto offensivo; Sardi e Santamaria, tornati disponibili, avrebbero inciso profondamente nella storia rossoblù. Fresia, pur seguendo una strada diversa e più irregolare, lasciò comunque dietro di sé una scia pionieristica. Il Genoa, insomma, fu criticato, processato, quasi travolto, ma non smentito dal campo.
È per questo che il caso Sardi-Santamaria merita di essere ricordato non come una semplice curiosità d’archivio, ma come uno spartiacque. Il Genoa non inventò il mercato: gli tolse la maschera. Dentro quell’estate del 1913 c’era già tutto quello che il calcio sarebbe diventato nel giro di pochi anni e che è tutt’ora: i club che si contendono i campioni, i tifosi che gridano al tradimento, i dirigenti che piegano il regolamento, la federazione che rincorre una realtà più veloce delle sue norme e infine il denaro che decide rapporti di forza e in molti casi anche d’amore. Da quel momento, in Italia, il football non poté più raccontarsi soltanto come un gioco.
“Alla fine, però, la squalifica era stata dimezzata e i nuovi acquisti avevano riportato il Genoa in alto. Le altre squadre avevano mangiato la foglia: per vincere i tornei servivano soldi, tanti soldi, ché l’amore per la casacca e la città non erano sufficienti nemmeno nella Belle Èpoque.”
“Il meraviglioso giuoco” – Enrico Brizzi
A proposito di Aristodemo Santamaria (detto “Maja”) si dice che un tempo i tifosi dell’Alessandria, potendo vantare la simultanea presenza in campo dei fratelli Francesco, Nicola e Venerino Papa dicessero che loro potevano schierare “tre Papi”, battuta a cui i tifosi del Genoa risposero che “tre Papi non sono comunque niente contro Santamaria”, come mi ha raccontato il lettore Dante Bertuletti.
SITOGRAFIA:
Il valore della moneta in Italia dal 1861 al 2024 – ISTAT
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