Perugia 1979, trenta e lode (di Simone Galeotti)

Dove nascondevate quello specchio?

Quello in cui ogni domenica riflettevate la vostra bellezza e restavate assorti, come rapiti da un estasi partorita da uno strano destino. Quello che sussurrava al vostro orecchio che eravate talmente attraenti da non dover rischiare di cedere al passo audace della gloria ma di limitarvi nella contemplazione dell’unicità del primato.
Testardi, eppure ammalianti, seducenti. E così avete perseguito, fino alla fine. E oggi quello specchio un po’ polveroso, opaco, non si è rotto, nemmeno scheggiato, anzi basta una passata e nel riflesso di memoria soltanto la matematica del pallone spregia il vostro incedere senza sconfitte.

Il primo caso di imbattibilità nella storia del campionato italiano, quello del Perugia guidato dagli occhi azzurri di Ilario Castagner nell’anno di grazia – perché per noi amanti del calcio gli anni sono stagioni, e durano da settembre a maggio – 1978/79. Lo Scudetto finì al Milan di Liedholm e dell’ultimo, un po’ triste, Gianni Rivera che chiuse il suo ciclo regalando ai rossoneri la stella sul petto.

Ma adesso su, risalite via dei Filosofi, sbirciate in Piazza Italia, dove qualcuno maledice ancora Papa Leone III, i Farnese e quella Rocca due volte inflitta e due volte distrutta dall’orgoglio grifagno, che dal 1277 traeva acqua di libertà dalla vena di Monte Pacciano e l’elargiva nel marmo della Fontana Maggiore. Affacciatevi dal belvedere Carducci, dove un corrucciato Pietro di Cristoforo detto il “Perugino “, sembra cercare nuovi spunti d’arte.

Quale arte? Non perdere per non vincere, paradosso di un Perugia e di una Perugia rossa al pari delle sue maglie. Il Perugia che fu un pugno chiuso come l’Umbria, politico, rabbioso, di protesta, alzato verso il cielo ma indirizzato verso lo stomaco. Quello di Paolo Sollier, capelli lunghi, barba da filosofo e “L’Unità” in tasca.

Il Perugia che fu di Renato Curi, cui la morte impaziente non fece finire nemmeno l’ultima corsa e se lo portò via sotto una pioggia d’ottobre. Il Perugia del miracolo, quello che parte dall’incipit Malizia, Nappi, Ceccarini, Redenghieri e Frosio libero, capitano di dieci irripetibili stagioni.

Il Perugia di Della Martira, Butti, Dal Fiume e poi Salvatore Bagni, un dinamico moretto dal piglio tutto emiliano, che sputava l’anima in continue corse di copertura, esibendo delle doti che ben presto gli avrebbero modificato il ruolo.

Il Perugia dell’implacabile Vannini, formidabile metronomo del centrocampo, abilissimo nel gioco aereo, corsaro al Comunale di Torino, dove una sua rete piegò la Juve, e spregiudicato nel catino del Meazza, dove per poco il suo colpo di testa non risultò ancora decisivo.

Il Perugia di Walter Speggiorin, l’eterna promessa, che a Firenze si beccò del grullo e dello scansafatiche, che invece, grazie alla fiducia e alla visione di Castagner, trovò la rete con una continuità fino ad allora mai mostrata e di cui in tanti, ancora oggi, conservano il poster di qualche suo goal; magari quello fatto all’Ascoli, realizzato con una splendida acrobazia aerea, oppure quello messo a segno in trasferta a Napoli, frutto di una brillante rovesciata.

Il Perugia con là davanti l’elegante Gianfranco Casarsa, quello che tirava i rigori da fermo, centravanti un po’ arretrato e, a dire il vero, anche un po’ naif, quasi volesse stare sulle sue, privo della naturale voglia dell’attaccante di incunearsi in mischie fratricide, bensì più portato a dettare l’ultimo, delicato, prezioso passaggio al compagno smarcato, alla stregua di Hidegkuti, il faro della grande Ungheria degli anni ’50.

E poi insieme a lui il giovane Marco Cacciatori, pescato direttamente dai campi spelacchiati della serie D. Loro insomma, i ragazzi voluti dal trio D’Attoma-Ramaccioni- Castagner, quelli che volevano giocare come l’Ajax e per certi aspetti ci riuscirono. Non arrivò il tricolore, piuttosto trenta partite senza conoscere sconfitta.

Trenta e lode grifo, perché si può essere ricordati anche se non si alza un trofeo. Alle volte, forse, l’importante non è vincere, ma superare sé stessi. Unici, come la donna cantata da Alan Sorrenti, il singolo più venduto in Italia in quel 1979.


Simone Galeotti è un apprezzatissimo scrittore e blogger, un amico vero e l’autore della prefazione del mio “Pionieri del Football”.

Per Urbone Publishing ha scritto “Barrio”, “British Corner”, “Celts”, “La strada di Brian”, “Storie di ordinaria Argentina” e “Villans Years“.