venerdì, Dicembre 12, 2025

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Billy Gonsalves, il Babe Ruth del calcio americano

Prima che il calcio diventasse il soccer della MLS, prima di Pelé ai Cosmos o dei Mondiali USA ’94, prima di tutto c’era Billy Gonsalves. Figlio di emigranti portoghesi, nato nelle fabbriche del New England, dominò il calcio statunitense degli anni ’20 e ’30 come nessun altro. Vinse ovunque, giocò due Mondiali, incantò tifosi e cronisti. E in un famoso match contro il Celtic Glasgow divenne leggenda.

Le radici: Fall River, fabbriche e pallone

Adelino William Gonsalves nacque il 10 agosto 1908 a Portsmouth, Rhode Island. I suoi genitori, Augustine e Rose, erano emigrati dall’isola di Madeira, in Portogallo, la stessa in cui quasi 80 anni più tardi avrebbe visto la luce un certo Cristiano Ronaldo. Due poveri operai, dovevano sfamare ben nove figli e per questo avevano cercato la fortuna negli Stati Uniti. La famiglia si era infine trasferita a Fall River, nel Massachussetts, una città dominata dai fumi delle ciminiere e dal rumore delle sirene delle fabbriche.

Fall River era però anche una delle città dove il calcio aveva maggiore seguito in tutti gli Stati Uniti. In un’epoca oggi ormai quasi dimenticata con la successiva “epoca d’oro” della NASL di Pelé e l’attuale MLS, il football godeva di grande seguito in tutto il Paese. Una passione che era arrivata insieme ai tanti immigrati, che avevano portato dal vecchio continente la passione per il gioco.

Fu in questo contesto che il giovane Billy crebbe. Quando era un giovane adulto pesava quasi una tonnellata ed era alto 190 centimetri, un fisico da corazziere che gli avrebbe permesso di emergere in tutti gli sport. Eppure, seppur abile tanto nel baseball quanto nel football americano – figurarsi nel pugilato – Gonsalves scelse il calcio che aveva sempre giocato con gli amici nei cortili delle fabbriche. Indossò le maglie di squadre amatoriali – Pioneer, Liberal, Charlton Mill, Lusitania Recreation Club – in tornei locali dove però si trovò più volte ad affrontare uomini adulti e tutt’altro che indulgenti. Non si tirò mai indietro, e in breve divenne una stella.

Il debutto tra i professionisti

Il Lusitania era una delle realtà dilettantistiche più note del Massachussetts, e l’eco della sua abilità giunse fino agli orecchi di alcuni dirigenti del Boston Soccer Club, realtà calcistica appena formata che stava trainando il movimento professionistico in tutti gli States con la neonata American Soccer League. La squadra poteva contare su numerosi giocatori di ottimo livello, i cosiddetti Wonder Workers, e certo non sarebbe stato facile per nessuno farsi largo fino a conquistare una maglia da titolare.

Dopo alcune settimane passate in panchina, alla vigilia di Natale del 1927 Gonsalves ebbe finalmente l’occasione di giocare dal primo minuto. Era lo spiraglio che stava aspettando, un momento che non si lasciò sfuggire andando a segno dopo appena due minuti con una splendida rasoiata. Sarebbe stato soltanto il primo di moltissimi gol. Il pubblico restò in piedi ammutolito: stava assistendo alla nascita della prima grande superstar del calcio yankee, prima di Freddy Adu e di tutti gli altri talenti che, a torto o a ragione, avrebbero svegliato l’entusiasmo del pubblico americano.

American Soccer League: sogno e fragilità

È importante capire che, seppur nata da poco, l’American Soccer League (ASL) negli anni ’20 era un campionato molto seguito e decisamente competitivo anche per gli standard europei. I giornali parlavano di soccer boom, mentre dall’Europa arrivavano costantemente giocatori per giocare in America e città come Fall River, Bethlehem e persino New York registravano numeri importantissimi ai botteghini e stadi sempre pieni.

Sempre più investitori spendevano nel calcio professionistico americano, che garantiva ottimi profitti grazie a un entusiasmo crescente. Una vera e propria epoca d’oro, ma che cresciuta troppo in fretta non poteva che poggiare su una base estremamente fragile, retta dal denaro dei padroni del vapore e dall’entusiasmo delle comunità degli immigrati.

Nel 1929, con l’arrivo della Grande Depressione e la contemporanea guerra fratricida tra ASL e la federcalcio statunitense – la prima voleva autonomia nello stile dell’attuale Premier League, la seconda non glielo voleva concedere – il calcio americano collassò nel giro di pochi anni. Molte squadre chiusero, mentre gli stipendi faticavano ad arrivare. Eppure, in mezzo a tutto quel caos, la stella di Billy Gonsalves avrebbe continuato a brillare.

Fall River Marksmen – quando il mito esplode

Nello stesso anno, a pochi giorni di distanza dal Giovedì Nero che avrebbe sconvolto l’economia mondiale, arrivò il trasferimento all’ambizioso Fall River Football Club. Guidato dal visionario promoter di origine ucraina Sam Mark (originariamente Markelevich) questo club avrebbe scritto le pagine più importanti del calcio statunitense nei difficili anni successivi alla crisi.

Gonsalves trovò come compagno un altro straordinario bomber, Bert Patenaude, probabilmente il primo grande centravanti americano nonché, nel 1930, primo autore di una tripletta ai Mondiali in Uruguay del 1930. Per non pestarsi i piedi si adattarono l’uno all’altro, dando vita a un’intesa talmente perfetta che i due vennero soprannominati dai propri tifosi “i fratelli del New England”.

In questo la completezza di Gonsalves fu fondamentale. Era infatti in grado di giocare ad altissimo livello in qualsiasi posizione del campo: centravanti, naturalmente, ma anche interno, ala, persino mediano se era richiesto. I Marksmen (gli “uomini di Mark”) vinsero l’ASL del 1930, quindi due volte la US Open Cup, la coppa nazionale che è ancora oggi la più antica competizione calcistica nel Paese.

90 minuti entrati nel mito

Con Gonsalves nel momento migliore della carriera il Fall River non temeva rivali. Presa l’abitudine di sfidare team stranieri, si tolse anche la soddisfazione di sconfiggere club europei di un certo spessore e persino, unico club statunitense, di compiere una tournée nel Vecchio Continente, là dove il gioco era nato. Superò Sparta Praga e Palestra Italia, pareggio con i Rangers e riuscì persino a sconfiggere il Celtic Glasgow in un pomeriggio entrato nella storia.

Nel maggio del 1931 il Celtic affrontò in due occasioni il Fall River: nella seconda si impose 1-0, vendicando la clamorosa sconfitta rimediata nella prima, un 4-3 deciso da una strepitosa tripletta di Gonsalves. L’allenatore degli scozzesi Willie Maley, uno che di calcio ne capiva come pochi, approfittò del doppio confronto per convincere il portiere dei Marksmen Joe Kennaway a trasferirsi a Glasgow, mentre davanti alla prova maestosa di Gonsalves non poté fare altro che togliersi il cappello.

Gonsalves è il più grande giocatore che io abbia mai visto.

Era la consacrazione definitiva per quello che ormai veniva definito da tutti “il Babe Ruth del soccer”.

Il mondiale del 1930: l’America che stupì il mondo

Billy Gonsalves riuscì a lasciare il segno anche in Nazionale, pur vivendo in un’epoca travagliata del calcio statunitense e in cui gli incontri internazionali non erano certo all’ordine del giorno. Fu naturalmente convocato nella selezione che prese parte ai primi Mondiali della storia, Uruguay 1930: sorprendentemente gli Stati Uniti arrivarono fino alle semifinali contro l’Argentina, superando nel loro cammino Belgio e Paraguay.

Gonsalves fu titolare in tutte le partite, impostando il gioco e proteggendo la difesa mentre il “fratello del New England” Patenaude segnava. Fece lo stesso anche nel 1934, quando però gli americani uscirono al primo turno in Italia contro i padroni di casa, sconfitti con un netto 7-1 da quelli che comunque sarebbero diventati i futuri campioni del mondo.

Un campione epocale

Per tutta la durata della sua straordinariamente longeva carriera, Billy Gonsalves non fu semplicemente un giocatore forte, uno dei migliori nel suo sport. Fu epocale, una vera e propria forza della natura. Gli avversari avrebbero ricordato negli anni successivi la sua straordinaria potenza abbinata alla velocità, la capacità di elevazione, il carattere mite e gentile.

In un’epoca in cui il gioco era duro, a maggior ragione nei confronti di chi era in grado di fare la differenza, non fu mai ammonito o espulso. Giocava sempre per vincere, ma mai esclusivamente per se stesso: migliorò i compagni intorno a lui, consapevole che il calcio era un gioco di squadra, guadagnandosi il loro rispetto così come quello dei rivali.

Quando lo strapotere fisico inevitabilmente venne meno fu comunque in grado di restare protagonista grazie a capacità tattiche e tecniche straordinarie. Lanci precisi, visione di gioco, tiri imparabili scoccati con entrambi i piedi, la capacità di fare la differenza in ogni zona del campo. “Il pallone – avrebbero scritto i giornali di St. Louis al suo arrivo in città – gli ubbidisce come un cane fedele”.

Aveva questa abitudine di allontanarsi dalla palla proprio mentre la colpiva, e il tiro curvava. Il portiere pensava di averla presa, poi la palla piegava quel tanto da passargli oltre le dita.

Così avrebbe ricordato il suo famoso tiro Harry Keough, campione statunitense degli anni ’50, protagonista del “Miracolo sull’Erba” contro l’Inghilterra, stesa da un gol di Joe Gaetjens, e suo allievo in campo.

Le mille maglie e la fine dell’età dell’oro

Billy Gonsalves riuscì a restare a galla anche mentre il mondo dorato del calcio in cui si era affermato crollava intorno a lui. Quando gli effetti della Grande Depressione iniziarono a farsi sentire tutto svanì, ma lui continuò a spostarsi e strappare ingaggi, dare spettacolo e segnare valanghe di reti. Continuò, soprattutto, a vincere.

Passò agli Stix, Baer & Fuller di St. Louis guidati dall’ex compagno McNab, trasferendosi sull’altra costa degli USA, quindi indossò le maglie di Central Breweries – dove ritrovo Patenaude, con i due capaci di segnare in una sola stagione 60 gol – e St. Louis Shamrocks. Fino all’ultimo, fino a quando le luci si spensero definitivamente sulla prima golden era del calcio a stelle e strisce, Gonsalves ne fu la stella più luminosa, non legato a una sola maglia ma icona del gioco a 360 gradi.

Nel 1942 firmò per i Brooklyn Hispano, confermandosi un campione anche se i tempi del professionismo erano ormai finiti. Lavorando come operaio durante il giorno, nel weekend trascinò la sua squadra a due doppiette consecutive campionato e coppa, ormai 35enne. In tutto vinse la US Open Cup 8 volte, un record ancora oggi imbattuto e che difficilmente sarà cancellato nel prossimo futuro.

L’eredità di Billy Gonsalves

Il ritiro sarebbe arrivato soltanto nel 1952, a 44 anni compiuti, con la maglia del Newark. Due anni prima, sull’onda dell’inatteso successo sull’Inghilterra ai Mondiali in Brasile, gli Stati Uniti avevano inaugurato la propria Hall of Fame del calcio: ovviamente quello di Billy Gonsalves fu il primo nome inserito, e non avrebbe potuto essere altrimenti.

Ritiratosi a vita privata nella piccola cittadina di Kearny, nel New Jersey, passò il resto della vita a pescare e cucinare, due sue grandi passioni, senza però abbandonare del tutto il soccer. Continuò a osservare i ragazzi che giocavano e a dare loro consigli quando richiesto. Morì nel 1977, a 69 anni, proprio mentre gli Stati Uniti stavano vivendo una seconda effimera ondata di entusiasmo per il calcio.

Niente grandi funerali, nessuna cerimonia in pompa magna. Ma nel piccolo mondo del soccer americano, tutti sapevano chi era stato davvero Billy Gonsalves e quanto grande fosse stato. Il Babe Ruth del soccer, il campione che fece sognare un’America che forse non era ancora pronta per lui, ma che in ogni caso dovrà sempre essere riconoscente a questo vero e proprio gigante dello sport.


Sitografia:

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Simone Cola
Simone Colahttps://www.uomonelpallone.it
Amante del calcio in ogni sua forma e degli uomini che hanno contribuito a scriverne la leggenda

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