“Maradona, il Pibe de Oro” – di Raffaele Nappi

3 luglio 1990: a Napoli si gioca la semifinale del Mondiale italiano, quello delle “Notti magiche”. Di fronte i padroni di casa azzurri e l’Argentina di Diego Armando Maradona. Non sarà una partita come tante altre, e in qualche modo segnerà la storia di questa competizione come poche altre gare. La spuntano i sudamericani, che annullano il “fattore campo” grazie all’amore smisurato che i napoletani hanno per Maradona, l’uomo dei miracoli e degli scudetti, che sentono più vicino a loro di quel Paese che spesso finisce per dimenticarsi dei problemi del meridione.

Italia-Argentina del 3 luglio 1990 è una delle tante, mirabolanti, avventure di cui sarà protagonista nella sua vita Diego Armando Maradona, un eroe che Napoli non ha mai dimenticato e che rivive in moltissime opere. Una di queste è “Maradona, il Pibe de oro”, libro uscito lo scorso 18 maggio per Giulio Perrone Editore e opera prima di Raffaele Nappi, giornalista classe 1990 (un caso?) che scrive per “Il Fatto Quotidiano” e “Il Messaggero”. L’autore racconta Maradona in dieci capitoli, e uno di questi è dedicato a Italia ’90: eccolo per voi, con l’invito ovviamente ad acquistare l’opera completa.

ITALIA ’90: UN DELITTO PERFETTO

“Signo’, Dio ha voluto che Maradona giocasse la Semifinale qui da noi. Dio ha voluto così, e allora sia fatta la volontà di Dio”

“Volete che ve lo diciamo chiaro? Qui, nel bene e nel male, le uniche cose buone ce le ha portate Maradona”.

I tassisti di piazza dei Martiri non hanno poi tanti dubbi. La festa per il secondo scudetto non è ancora finita del tutto, il Mondiale italiano si avvicina e la città sprofonda nella crisi più nera: centomila disoccupati, proteste, presidi industriali chiusi o in via d’estinzione.

Venerdì scorso precari e senzatetto hanno assediato il Municipio, gridando contro il sindaco Lezzi. I Cobas hanno occupato Castelcapuano, l’antico palazzo di Giustizia. “Boicotteremo il Mondiale”, gridano.

Il Mondiale delle Notti Magiche poi, non è stato boicottato. Ma il delitto perfetto è arrivato lo stesso. In una serata di inizio luglio, di martedì, alle 20, quando tutta Italia si ferma in cerca di risposte.

Risposte dal calcio per quello che è un problema storico, antico e politico: il meridionalismo e l’antimeridionalismo sono ancora vivi? A fare l’ago della bilancia ci pensa sempre lui, quel nano argentino venuto dal barrio.

La frase galeotta è stata pronunciata appena poche sere prima, negli spogliatoi di Firenze. La partita dei Quarti contro la Jugoslavia si è conclusa da poco: fischi all’inno argentino, fischi a Diego, applausi quando il Pibe sbaglia il rigore, (“Il più stupido della sua carriera”, scriverà Curzio Maltese su La Stampa) passando di fatto la palla al portiere avversario.

Per fortuna una zoomata della telecamera inquadra un panchinaro argentino trarre dalla tasca un santino, ci perdoni il lettore, ma non riusciamo a indovinare di quale caratura. Lo bacia e ribacia, con effetti devastanti. Gli avversari ne sbagliano due di fila: è semifinale.

Lui, Diego, con quel cappellino dai drappi italiani calato sui ricci scompigliati, bagnati e ancora sudati (“Me lo ha regalato Ferrara”, confessa), arringa i giornalisti subito dopo la partita del Franchi: “Questo è il mio regalo a Napoli”. Bam.

Incontrando l’Italia a Napoli i napoletani dovranno ricordarsi una cosa – cosa? – cioè che l’Italia li fa sentire importanti un giorno solo all’anno, e negli altri 364 si dimentica di loro. Io invece di loro mi ricordo sempre, anche oggi”.

Da lì, il diluvio.

Se c’era voglia, necessità, urgenza di caricare di ulteriori suggestioni una partita già stracolma, ecco a voi, care signore e cari signori, l’occasione perfetta. Diego si fionda nelle carni del tessuto sociale italiano; con quell’atteggiamento peronista e sfrontato si mette di traverso in quell’annale, stupida forse, ma ancora attualissima polemica meridionale e antimeridionale che all’incirca dal 1861 divide i Borbone dai Savoia, Aosta da Reggio, Milano da Roma.

Contro gli azzurri saremo sfavoriti – continua – Non avete già scritto tutti che la finale sarà Italia-Germania?”.

L’Argentina non è la stessa che ha incantato il mondo quattro anni prima, Diego non è lo stesso giocatore del Messico: gli acciacchi si fanno sentire e, questo, potrebbe essere il suo ultimo Mondiale. Dei superstiti dell’Azteca sono rimasti in 5. Al loro fianco giovanotti e senatori, tutti arrivati dai campionati europei.

Siamo ridotti in condizioni pietose – continua Maradona – Però non molliamo mai: l’Argentina gioca con il cuore”.

La partita di martedì sera, proprio in quello Stadio San Paolo che finora era stato fortino per gli argentini, casa per Maradona, rispolvera il vecchio dilemma, che per i lunghi anni ’80 ha attirato intorno a sé pensatori da tutto il mondo.

“Come marcarlo?”, si chiedono giornalisti, sociologi e opinionisti da nord a sud del globo.

I numeri parlano chiaro: solo la Romania, finora, è arrivata con tutti gli 11 i giocatori al 90’. Gli altri contano un’espulsione a partita, come minimo. I zonaroli si vantano della loro libertà di pensiero, della ribellione al concetto di inferiorità nei confronti di Diego e della sfrontatezza che spesso li contraddistingue: “Lo circonderemo”, annunciano.

I sostenitori della marcatura a uomo, invece, affilano i tacchetti: i falli, per loro, sono l’unico modo per fermarlo. E vanno avanti più o meno a tacchettate da 20 anni. Lo sa bene il difensore peruviano Reyna, quando in una partita delle qualificazioni Mondiali di quel giugno ’85, esattamente 5 anni prima, lo seguì passo passo, Maradona, armandosi di calci e schiaffi fino alla linea laterale, quando Diego uscì dal campo per farsi medicare.

E quello, Reyna, lo aspettava: il corpo ansimante, il fiato corto, gli occhi puntati sulla preda. Lo sa bene Diego, che a 22 anni, al Mundial dell’82 in Spagna, diede vita insieme a Gentile a un duello che ha cambiato il mondo del calcio, riducendo improvvisamente la distanza tra marcatore e attaccante: una lambada triste y solitaria.

Gli italiani sono carichi. Maradona? “È furbo, lo sappiamo, ma è solo uno degli 11 argentini”, spiega Maldini. “Sono pronto a giocare e occuparmi di lui. L’ho sempre bloccato, è già successo due volte in passato”, rilancia Vierchowod. “Qui si gioca contro l’Argentina, non contro Maradona”, ribatte Baresi. “Maradona non ci spaventa, perché deve sapere che noi puntiamo molto in alto – arringa Ancelotti – Le sue parole sono strumentali: continuerà nel suo lamento. Ora rischiamo, non perché l’Argentina sia una squadra forte, ma perché è molto fortunata”.

Giannini rincara la dose: “Il nostro nemico più pericoloso non è Maradona, è lo stress. Se sarà il caso, non gli negherò una bella pedata”. Sta di fatto che Diego, con l’Italia, non ha mai vinto: 3 pareggi e 2 sconfitte recita il tabellino.

Partenope o Tricolore, fede o tradizione? I napoletani, è inutile dirlo, sono ancora una volta sotto quella lente d’ingrandimento che usiamo chiamare ‘giudizio popolare’. “È un bel guaio – racconta Gennaro Montuori, leader del commando ultras curva B – Tra noi molti tiferanno Argentina. Ma è una scelta libera, deve essere rispettata”.

A Milano ci hanno chiamato quelli del colera, a Verona terremotati. Tiferò Italia, ma loro non devono fare così”, aggiunge Mario Verdoliva, tassista nei pressi della stazione Garibaldi. “L’Italia ci chiama solo quando ha bisogno. Quando abbiamo bisogno noi, di un lavoro e di una casa, non si trova mai nessuno”, gridano i disoccupati.

Signo’, Dio ha voluto che Maradona giocasse la Semifinale qui da noi. Dio ha voluto così, e allora sia fatta la volontà di Dio” si urla nei Quartieri. “Oggi chiedono il nostro aiuto – racconta Rosario Olimpo, 28 anni, disoccupato e segretario degli ultrà del rione Sanità – Domani ci chiamano africani”.

C’è anche chi tiferà Italia, e lo ammette onestamente: “Abbiamo preparato uno striscione: Maradona, Napoli ti ama, ma l’Italia è la nostra Patria”, spiegano i capi ultrà. Fuori lo stadio, un supporter napoletano interrogato con rigore di telecamera, si difende: “Gesù, fischiare Diego sarebbe come fischiare la mamma. Maradona lo dobbiamo rispettare. A Maradona dobbiamo la felicità. Lui è la mamma, noi siamo i fratelli”.

Al rione Pallonetto, nascosto nell’ombra, Vincenzo Branna, di professione barbiere, chiude la carrellata di testimonianze con una domanda retorica, o perlomeno polemica, contro quel caro e intrepido destino che come si suol dire stavolta ci ha messo il suo zampino: “Ma che sfortuna! Proprio Italia e Argentina dovevano incontrarsi?”.

Tra le certezze che possiamo annoverare come tali, c’è quella che Napoli e i napoletani, una volta passata la sbornia della semifinale Mondiale, torneranno ad essere una sorta di avamposto del Terzo Mondo. I partenopei, d’altronde, avevano già fatto capire le loro intenzioni: in 5.000 erano partiti alla volta del Delle Alpi di Torino, sede dello scontro tra Argentina e Brasile, negli Ottavi di finale.

La risolse Diego, sempre lui: dal suo piede sano, il destro, è scoccato un assist per Caniggia, che ha bucato Taffarel. “Avevo pregato Dio di indossare la maglia dell’Argentina” rivelerà il Pibe. E qualcuno, lassù, lo ha accontentato.

Dicono che il vero protagonista sarà il caldo. Nel ritiro di Marino gli azzurri avevano almeno alla sera un po’ di fresco. Qui a Castellammare alle 8 di mattina ci sono già 23 gradi. Tutt’altro discorso per gli Argentini: Bilardo ha rinunciato a quella clinica privata per anziani che gli avevano proposto dalle parti di Pozzuoli.

Tutti in ritiro sulle colline, proprio vicino casa di Diego, zona residenziale di Napoli. Il clima è da battaglia: “Una volta mi hai dato 5 e mezzo in pagella perché sono grasso – urla il Pibe a un giornalista dal balcone della sua camera – Guardami ora”. Si alza la maglia, mostra strani muscoli addominali, tirati. È in forma, il ragazzo.

I sudamericani non se la passano poi tanto bene. In molti sono acciaccati da malanni fisici e forse pure mentali. L’esordio col Camerun a Milano spiega tutto in modo semplice e preciso: i leoni d’Africa che, in 9, tengono botta e difendono l’1-0 di Omam Biyick. Meritando ampiamente il trionfo. Una squadra irriconoscibile, quella argentina, con Diego travestito da predicatore nel deserto. Un gruppo senza personalità, che ha rischiato l’eliminazione già al primo turno. Clamorosa.

A niente sono valse le difese dei giornali oltreoceano, che hanno addossato la colpa al solito “mufa” Menem, il presidente argentino arrivato per assistere all’esordio dei suoi a San Siro e accusato di portare jella. “Lo so che molti mi ritengono un mufa – aveva detto a metà tra il serio e il faceto poche ore prima dell’esordio argentino ad una rete televisiva – ma vedrete che oggi questa fama finisce”.

Detto, fatto.

A rimettere le cose in riga ci ha pensato Diego, stavolta non con la mano. Il Brazo de Dios si compie al San Paolo, con l’aria finalmente ritrovata di Napoli, quando dopo appena 12’ di gioco il russo Kuznetsov spedisce verso la porta un gran bel colpo di testa. Lui, Diego, poggiato sul palo allunga il braccio destro. D’istinto.

Nessuno lo vede: né arbitro, né guardalinee. Tutto il resto dello stadio sì. Un clamoroso errore, sullo 0-0. Finirà 2-0 per gli argentini, di nuovo in corsa. Ma che fatica. “Maradona è una volpe” scriveranno i giornali all’indomani. “È la quinta volta da quando è in Italia che esercita la sua professione di prestigiatore, cambiando il risultato della partita in modo irregolare e facendola franca”.

E ancora, scadendo nella più boriosa delle paternali: “È giusto, è moralmente accettabile che il giocatore più famoso al mondo inganni per vincere? Lui, un esempio per tutti, specie per i giovani?”.

Non ho tremato quando avevo 15 anni, figuriamoci ora che ne ho 30”. La qualificazione è passata, gli Ottavi e i Quarti pure: Diego è carico in vista della partita con l’Italia. A far male sono i fischi: fischi a Milano, fischi a Torino, fischi a Firenze. L’inno è stato subissato di fischiettate fatte ad arte con l’uso delle mani e del fiato. “È una mancanza di rispetto al nostro Paese”, reagisce furioso l’argentino. Il dito bionico (per rimediare ad una microfrattura dell’alluce del piede destro) sembra funzionare.

Nel ritiro di Trigoria il Pibe si presenta ai giornalisti, alza la tuta ed esclama: “Vedete – ammiccando all’ematoma di colore scurognolo che si arrampica sulla caviglia sinistra – e poi c’è gente che non crede agli infortuni di Maradona”.

Di fronte, dall’altro lato della barricata, si staglia una figura minuta ed esile, che si è trasformata nel Maradona dei Mondiali, ma Maradona non è, né vorrebbe esserlo. Si chiama Salvatore Schillaci e con 4 reti realizzate è diventato l’idolo nazionale. “Sono semplicemente un calciatore discreto. Non ho manie di grandezza – si difende – Odio le nuvole, perché sulle nuvole si cammina male”.

La sensazione è che gli azzurri, arrivati fin qui con in tasca 5 vittorie mondiali di fila, siano più forti. Ma che questo oramai conti pochissimo. Eppure quando il pullman tricolore si presenta fuori lo stadio di Fuorigrotta, un tifoso sbucato da chissà dove lo invoca ad alta voce. “Totò, fagliene 4!”. Lui sorride, fa così con la mano. “Totò, fagliene 3, 2, anche uno”. Lui acconsente.

La sfida per le Semifinali del Campionato del Mondo di calcio si gioca martedì sera allo stadio San Paolo di Napoli tra Italia e Argentina. La presentazione del match è così facile che solo per pochi giorni di ritardo non è finita sui fogli bianchi degli studenti alle prese con i temi della Maturità.

L’Argentina, terra d’emigrazione italiana, è da sempre un crocevia importante per gli azzurri. Diego Maradona sfida i suoi tifosi nello stadio che l’ha reso mito. L’Italia e l’Europa intera sono alle prese con la rinascita dei nazionalismi, anche se in forma più gentile e mascherata. Il candidato esponga con dovere d’analisi la partita allo stadio San Paolo, contestualizzando il simbolo Maradona, la città Napoli, lo Stato Italia, il Paese amico Argentina, il trofeo ambito la Coppa. Per lo svolgimento il candidato ha a disposizione 8 ore a partire dalla consegna delle tracce”.

Il 3 luglio, alla fine, arriva. I sediolini rosa-rosso-rossastri hanno cominciato a riempirsi ed animarsi tardi: erano le 19:15 passate quando si sono formate le prime file fuori. Un’eresia, a Napoli. La certezza del posto ha sbaragliato le previsioni: da queste parti non si era mica abituati a tanto squadrismo.

Quando gli argentini scendono in campo per il riscaldamento si mescolano fischi e applausi, cori stonati e poco intonati. Quando poco prima delle 8 in punto lo speaker del San Paolo legge le formazioni, c’è una serie di fischiettate roboanti per tutti gli argentini. Per Diego, invece, un boato. Sebbene in curva A stazionassero circa 2.000 ultramaradoniani per dovere di cronaca confessiamo che “Diego Diego” viene battuto clamorosamente da “Italia, Italia. Applausi, invece, all’inno sudamericano.

La partita è densa, tirata. Bastano 6’ di gioco perché si compia un fatto clamoroso: Maradona si invola verso la porta e insacca, sì, ma a gioco fermo. Fischi dagli spalti: è forse uno dei pochi momenti della storia in cui quella razza di campione viene timidamente contestata nel proprio tempio.

Il risultato lo sblocca pochi minuti dopo Schillaci, proprio lui, di rapina, su una ribattuta corta del portiere argentino e dopo una bella azione manovrata. Le Notti Magiche, insomma, hanno tutta l’intenzione di continuare.

E invece l’albiceleste si ricompatta. Il secondo tempo, come suo solito, è tutt’altra musica. Diego parla e gesticola, si muove da leader. Lo è. Imbastisce l’azione del pari, dando una palla d’oro a Caniggia. Si va ai supplementari, stremati. Poi ai tiri dal dischetto. Diego segna e esulta, “perché avevo tensione addosso”, perché con la Jugoslavia il suo era stato il rigore più brutto della carriera, perché dalla Curva B qualcuno grida insieme a lui.

Gli azzurri non reggono. Schillaci ha un dolore all’inguine e non se la sente di calciare. Donadoni prima e Serena poi, si infrangono contro il muro argentino. È finita. Il delitto perfetto, amici, è compiuto.

Dicono che gli azzuffi siano cominciati fin dalla tribuna stampa, dove un gruppetto di giornalisti napoletani furono colti in fallo: urla e grida di gioia alla vittoria argentina. Sugli spalti, invece, si mescolano delusione e incredulità.

Un bimbo piange, un uomo maledice quel Dio che l’ha convinto a comprare i biglietti per la finale all’Olimpico, ora che l’Italia è fuori e se ne va a Bari per il terzo posto di consolazione. Quella degli azzurri era la 17esima partita giocata a Napoli: e poi dicono pure che la cabala non ha ragione di esistere.

Quella volpe di Vicini stavolta non ha tirato il coniglio dal cilindro. Anzi. Si è sfogato coll’argomentazione che più facile non ce n’era. Di quella facilità che scade nel banale: “Il pubblico di Roma ci aveva abituati in ben altra maniera”. Bravo, bene, bis. I napoletani, insomma, col loro poco calore, avrebbero impedito alla Nazionale che da ben 5 vittorie consecutive si presentava sul prato verde del San Paolo di giocarsi l’accesso alla finale mondiale.

Sarebbero stati proprio i napoletani, insomma, rei confessi di un sentimento travagliato, di un approccio stolto alla partita, col cuore sparpagliato a metà, ad imbrogliare i calciatori, specie nel secondo tempo. A sfiancarli. A costringerli al doppio errore dal dischetto.

È finita con la solita scena: lui, Diego, si è inginocchiato tra i fili d’erba del suo stadio, li ha accarezzati, ha respirato forte, ha giunto le mani e ha invocato ancora Dios. Il re è ancora vivo. Mentre i suoi tifosi lo fischiavano, per l’amor del cielo solo alcuni!, lui li applaudiva.

I napoletani sono italiani a tutti gli effetti. La cosa bella è che non hanno fischiato il nostro inno, come a Milano, a Torino, a Firenze. È questione di civiltà”. La città si è riempita di qualche centinaio di argentini in festa, specie tra piazza San Carlo e piazza Castello. Sono scesi armati di bandiere, in compagnia di piemontesi ex emigrati in Argentina: avranno anche loro il diritto di essere felici.

Il finale lo sapete già. È fatto dai fischi di Roma, dal castigliano “hijos de puta” in diretta Tv planetaria, dalla “Mafia nel calcio”, da un rigore inventato a 7 minuti dalla fine contro una Germania solida, ma mica pericolosa. Il finale è fatto da un Mondiale da perdente, per Diego. È fatto da 20 ore consecutive, in cui Maradona ha dormito dopo il match al San Paolo contro gli azzurri: per rigenerarsi, dicono.

Il finale è fatto da un assegno in bianco ricevuto da uno dei suoi sponsor giapponesi per prolungargli il contratto. Dalla rissa con la polizia a Trigoria, dalla bandiera strappata e dalle mani addosso ai finanzieri. Il finale è fatto dall’accoglienza trionfale a Baires per gli argentini, appena scesi dal Jumbo dell’Aerolineas che li ha imbarcati a Fiumicino alle 3 del mattino e Diego matto che rilancia: “In Argentina siamo poveri, ma siamo più civili. Non capisco tanto odio”.

Il finale è fatto da 100.000 argentini, sotto la pioggia, a circondare l’aeroporto per festeggiare i vicecampioni. Dai fischi all’arbitro dell’Olimpico e dei fischi ad una rappresentativa di alpini durante una parata militare nella capitale. Dall’urlo “manjabrocolosi”, che ci asteniamo dalla traduzione, riferito agli amici-nemici italiani.

Il finale è fatto da Diego, che stavolta indossa i panni del capopopolo nazionalista, e che al centro del finestrone della Casa Rosada mette in secondo piano perfino quel mufa del presidente Menem. Vestito con la maglia della nazionale il Pibe arringa la folla: “No. Non perdonerò mai gli italiani che hanno fischiato l’inno argentino”, urla.

È l’apoteosi della sconfitta, con in sottofondo la musica di Italia ’90, quelle Notti Magiche, tradotte in spagnolo però. Il finale è fatto da qualche tifoso napoletano che, per rabbia o per vendetta, ha gettato nella spazzatura il pupazzo di Maradona che appena due mesi fa gli aveva regalato il secondo e unico scudetto in 65 anni di storia.

È proprio lì, insozzato, quel pupazzo. Porta la maglia numero 10 del Napoli, è sporco e impolverato. Si vede ancora spuntare dal cassonetto.

Nel calcio, come nella vita, tanti sono senza memoria.


Nappi, Raffaele (2017) “Maradona, il Pibe de Oro”, Giulio Perrone Editore

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