“Juan” John Harley, o della nascita del calcio in Uruguay

Nella storia secolare del calcio vi è un antico detto: “Se gli inglesi hanno inventato il football, gli scozzesi hanno insegnato al mondo come questo andava giocato”. Si tratta di un’affermazione del tutto veritiera: se è innegabile che il nostro amato gioco abbia preso forma e sostanza a Londra nella metà dell’800, infatti, è impossibile negare che i primi maestri della tattica siano stati gli uomini delle Highlands, teorici del primo gioco organizzato, il passing game, e abili a superare prima e influenzare poi il modo di giocare di coloro che, forse a torto, si ritenevano i maestri.

Le più misere condizioni di vita di chi abitava a Glasgow e dintorni, le cui conseguenze si esprimevano in fisici meno atletici e slanciati, portarono ad un’ovvia necessità di giocare di squadra, con i compagni, così come le meno marcate differenze di classe sociale e quindi di principi quali orgoglio personale e sprezzo di un atto a lungo considerato quasi una vergogna in Inghilterra quale il “passare il pallone”.

Vi fu un lungo periodo in cui il calcio fisico e arrembante dei primi pionieri inglesi riuscì a resistere, ma quando fu infine evidente che non era questo il “metodo vincente”, quando fu chiaro che gli scozzesi ci avevano visto giusto, ecco che questi cominciarono a lasciare la patria portando il passing game ovunque: prima proprio in Inghilterra, con i famosi scotch professors quali Fergus Suter e George Ramsay, quindi nel mondo.

In Sud America il calcio era arrivato già verso la fine del 1800: era un espressione di questo sport ancora primitiva, giunta grazie agli studenti delle scuole private inglesi che, insieme al pallone, avevano portato con se anche il proprio stile e i propri valori ormai da tempo superati in patria. Così, mentre nel Regno Unito il football già veniva giocato attraverso tattiche elaborate, seppur primitive, in Sud America sembrava di essere rimasti ai tempi dei college e delle public schools antecedenti alla nascita della Football Association.

Mentre a Londra e dintorni gli attacchi venivano portati attraverso rapide combinazioni di passaggi e le difese si organizzavano con cura, i sudamericani correvano senza sosta, calciando lungo il pallone o intestardendosi in dribbling inutili e fini a se stessi, non curandosi di difendere e coprire il proprio portiere, ruolo che più che una vocazione spesso era una condanna comminata al compagno meno dotato.

Considerato che in capo a un ventennio sarebbe divenuto il Paese più dominante al mondo nel gioco del calcio, con le vittorie alle Olimpiadi del 1924 e del 1928 e la successiva affermazione ai Mondiali del 1930, l’Uruguay ebbe un’evoluzione incredibilmente rapida. Come ci ha raccontato Eduardo Galeano, gli uruguaiani osservarono a lungo il calcio degli inglesi e poi coniarono un proprio stile, mantenendo la combattività propria di un popolo che discendeva dagli antichi guerrieri charrúa e abbellendolo con el toque, l’arte del passaggio breve e rapido a un compagno meglio posizionato, “il tocco”.

Questo, abbinato all’arte del dribbling a lungo affinata negli anni senza alcuna regola, in cui il popolo giocava semplicemente per distrarsi dopo una dura giornata lavorativa, rese l’Uruguay la Nazionale più forte al mondo. Quello che non molti sanno è che non fu creolo né uruguaiano l’inventore del toque, l’ideatore dunque dello stile calcistico uruguaiano.

John Harley aveva vent’anni quando lasciò la natia Scozia per non farvi mai più ritorno. Ingegnere ferroviario, si era trasferito in Argentina per lavorare alla costruzione dei binari che avrebbero percorso i dintorni del Río de la Plata, e qui nel tempo libero aveva preso a praticare il football un po’ per passione e un po’ perché si trattava del gioco più semplice da spiegare e da giocare in un Paese straniero. Com’era naturale era entrato nel Ferro Carril Oeste, la squadra degli impiegati alle ferrovie, e fu proprio vestendo i colori di questa squadra che entrò in contatto con quella che sarebbe divenuta, in breve, la sua patria d’adozione.

Accadde nel 1908, quando il Ferro Carril Oeste sfidò in un amichevole i colleghi ferrovieri uruguaiani del Central Uruguay Railway Cricket Club, progenitori di quello che sarebbe divenuto uno dei più importanti club calcistici al mondo, il Peñarol. Nonostante una facile e netta vittoria per 5-0, giocatori e dirigenti uruguaiani furono rapiti da un solo uomo in campo: Harley, che nel ruolo di centromediano organizzava la difesa e poi, invece di calciare lungo il pallone quando gli capitava nei paraggi, abile nell’arpionarlo e portarlo oltre la metà campo come un regista moderno. In questo era ovviamente poco aiutato dalla pochezza dei compagni, ma qualcuno ebbe l’occhio lungo e propose al giovane scozzese un lavoro sull’altra sponda del Río de la Plata.

Nasceva così la leggenda di John Harley, per tutti divenuto presto Juan: come gli scotch professors suoi antenati, non possedeva grandi risorse fisiche, era basso e minuto, ma aveva con se l’arte del passing game, di quella solida organizzazione tattica che in Gran Bretagna aveva a lungo permesso agli scozzesi di sopravanzare gli inglesi e che, nei primi pionieristici anni del football sudamericano, avrebbe ovviamente fatto la differenza anche in questo caso.

Posto Harley nel centro del campo, affidate le chiavi dell’attacco allo strepitoso talento giovanile di José Antonio Piendibene, che si apprestava a diventare il più forte calciatore della sua epoca, il Peñarol non solo prese a volare, ma influenzò in maniera straordinaria tutto il movimento calcistico uruguaiano. E se nel 1908 alcuni club inglesi come Tottenham Hotspur e Everton avevano potuto strapazzare gli uruguaiani a suon di reti durante tournée che altro non erano che vacanze, in capo a pochi anni la situazione sarebbe cambiata totalmente.

Quando nel 1924 l’Uruguay si presentò al mondo alle Olimpiadi di Parigi, strapazzando le nazionali europee che mai e poi mai si sarebbero aspettate tanta forza e qualità, John Harley aveva da poco appeso gli scarpini al chiodo: per più di un decennio era stato il centromediano titolare e capitano del Peñarol, con cui aveva vinto due volte il campionato, e dal 1909 – anno del suo arrivo a Montevideo – al 1916 anche leader dell’Uruguay, con cui collezionò 17 presenze.

John Harley pose le basi per la prima vittoria importante, la Copa Amèrica del 1916,  e insegnò, come già fatto con i compagni di club, lo stile cortita y al pie, i corti passaggi che, insieme a un fortissimo orgoglio nazionalistico, furono la base per quello che sarebbe divenuto il calcio migliore al mondo.

L’influenza di Harley nell’affermazione del miglior movimento calcistico dei primi veri e propri anni di calcio “mondiale” fu enorme, così come quello dei suoi numerosi connazionali che in Sud America portarono “il verbo del football” al posto dei “cugini” inglesi: in Brasile l’onore spettò a Charles Miller e Thomas Donohoe, in Argentina a un insegnante, Alexander Hutton. In Uruguay tutto nacque grazie a un altro scotman, William Poole, preside della scuola dove nacque il primo club nel Paese, l’Albion, destinato però ai soli figli di Albione.

Dopo essersi ritirato dal calcio, John Harley visse una lunga vita a Montevideo, la sua nuova casa, dove fu a lungo riverito, tanto che nel 1951 l’Estadio Centenario si riempì di ben 40.000 spettatori per una partita giocata in suo onore: il ringraziamento di un popolo intero, fresco della vittoria ai Mondiali in Brasile, all’uomo che seppe “prendere il pallone dai piedi inglesi e metterlo nel cuore degli uruguaiani”.

Un giovane ingegnere ferroviario scozzese che quando lasciò le Highlands, nel 1906, certo non poteva immaginare che avrebbe contribuito, come pochi, a scrivere la storia del calcio.


FONTI:

  • (21/03/2008) Scots passing pioneers shaped football, www.scotsman.com
  • (05/05/2009) Forgotten Scots who changed the world, Evening Times
  • da Cruz, Martin (16/04/2015) John Harley: the Scot who transformed Uruguayan football, From Beauty to Duty