James R. Spensley, il padre del calcio

Ogni Paese, nella sua storia calcistica, ha una figura che può essere considerata il “padre” della disciplina. Essendo nato in Inghilterra, per moltissime realtà questo risulta essere originario d’Albione, e l’Italia non fa eccezione: nonostante infatti il fondamentale e riconosciuto contributo portato alla causa da Edoardo Bosio, industriale torinese che per primo portò nel nostro Paese un pallone da foot-ball – formando così le prime associazioni calcistiche, pur non ufficiali – il merito di aver portato il calcio alle masse, trasformandolo dal gioco elitario qual’era in origine, va senz’altro ascritto a James Richardson Spensley.

Originario di Londra, questi era un medico che fin da giovanissimo aveva sempre viaggiato per il mondo, fungendo da dottore sulle navi mercantili e allo stesso tempo entrando in contatto con idee e culture profondamente diverse che lo avevano arricchito umanamente come di rado accadeva sul finire del XIX° secolo: appassionato di culture e religioni orientali, padroneggiava il Greco Antico ed il Sanscrito ed era inoltre un eccellente sportivo, buon pugile e più che discreto portiere di calcio come amateur. Giunto a Genova come medico ufficiale dei marinai mercantili, si unì con entusiasmo al “Genoa Cricket & Athletic Club”, associazione sportiva formata da inglesi residenti in città che praticava numerosi sport, utilizzando il football come veniva utilizzato in origine in Inghilterra, e cioè come un modo per tenersi in allenamento nei rigidi inverni che separavano una stagione di cricket dall’altra. Conquistato dalla città e dalla curiosità degli italiani che si assiepavano a vedere i marinai prendere a calci un pallone sul molo cittadino, Spensley convinse i soci ad aprire una sezione calcistica, di cui presto fu factotum: presidente, allenatore, miglior giocatore. Reclutati i primi compagni di squadra tra i più valenti marinai britannici, si adoperò in breve tempo per aprire all’iscrizione al club degli italiani, in uno spirito di filantropia e fratellanza che lo avrebbe poi distinto per tutta la vita.

Fu Spensley ad organizzare la prima partita di calcio in Italia tra squadre di città diverse: il 6 gennaio del 1898 si sfidarono il Genoa e una rappresentativa mista torinese, e questa fu la base per la fondazione della prima federazione calcistica e il primo campionato di calcio italiano, conquistato proprio dal Genoa con Spensley protagonista sia come portiere che come difensore. Titolare inamovibile fino al 1906, quando si ritirò alla soglia dei quarant’anni, vinse ben 6 Scudetti in un’epoca davvero pionieristica: se in patria era nient’altro che un dilettante, il basso livello tecnico dei primi campionati di calcio italiani lo elevò allo status di buon giocatore, come avvenuto del resto anche con Herbert Kilpin e Jim Savage, come lui precursori dei campioni di oggi. La sua attività, tuttavia, non si limitò al solo calcio, in cui successivamente fu stimato arbitro e dirigente: fu anche tra i fondatori del movimento scautistico italiano, movimento che aveva cominciato ad apprezzare in Inghilterra dopo aver conosciuto il “padre degli scout” Robert Baden-Powell, oltre che corrispondente per il “The Daily Mail” e uno dei principali sostentatori degli enti di carità a favore degli orfani e trovatelli di Genova, dove era apprezzato da tutti indistintamente.

Dopo una vita avventurosa ed eroica Spensley scomparve nel novembre del 1915, all’età di 48 anni: arruolatosi volontario allo scoppio della Grande Guerra, sul fronte si era trovato a medicare un nemico ferito – fedele al giuramento di Ippocrate – ed era stato a sua volta ferito dallo scoppio di una granata, riportando danni tali da morire pochi giorni dopo a Magonza, dov’era stato condotto come prigioniero in quanto ufficiale di campo. Le basi del foot-ball in Italia erano ormai già ben avviate, e il movimento riuscì naturalmente ad andare avanti anche senza di lui: il suo contributo fondamentale, però, non sarà mai dimenticato da qualsiasi appassionato di calcio italiano.