Pionieri del Football – “Le prime sfide internazionali”

Il 1870 fu un anno di grandi cambiamenti per l’Inghilterra. Mentre il mondo della politica si distinse varando il primo di numerosi Education Acts, tesi a favorire l’alfabetizzazione garantendo a tutti il diritto d’istruzione, quello del football non restò a guardare, ridefinendo sulla base delle gare giocate fino ad allora alcune delle più importanti Laws of the Game e cercando allo stesso tempo di espandere il più possibile la sua influenza nelle varie città del Paese e non solo.

Anche nella vicina Scozia, infatti, il gioco aveva fatto presto presa: nel 1867, mentre gli inglesi disputavano già la Youdan Cup, era nato il Queen’s Park di Glasgow, in breve divenuto il club di riferimento del movimento scozzese e che ne avrebbe pesantemente influenzato lo stile di gioco.

Gli abitanti delle Highlands erano infatti molto poco propensi a riconoscere ai “cugini” inglesi altri meriti all’infuori dell’invenzione del gioco stesso: il football non andava solo codificato, ma capito e compreso, e fu in questo che gli scozzesi, per ovviare al gap fisico che avvantaggiava i footballers inglesi, generalmente appartenenti alle classi più agiate, seppero distinguersi cominciando da subito a sviluppare un modo di giocare fatto di passaggi ravvicinati, tesi a mantenere il possesso del pallone e ad attendere il momento più opportuno per andare al tiro, piuttosto che caricare a testa bassa.

Si cominciò così a parlare di “stile scozzese” e ai pionieri inglesi parve chiaro che, così come alcuni club potevano avvantaggiarsi della presenza di giocatori provenienti da Glasgow e dintorni, allo stesso tempo anche coinvolgere la Scozia intera nel nascente movimento calcistico avrebbe potuto espandere gli orizzonti di un gioco che, fino a meno di dieci anni prima, sembrava destinato ad essere un semplice hobby.

I tempi erano maturi, insomma, per la prima partita internazionale che il calcio avrebbe visto disputarsi e che andò in scena al Kennington Oval di Londra il 5 marzo del 1870. Ad organizzarla fu Charles Alcock, da poco divenuto segretario della FA, in luogo del fratello John, dopo esserne stato tra i membri fondatori con il suo Forest of Leytonstone, che aveva nel frattempo mutato il suo nome in Wanderers.

I due fratelli, che insieme avevano percorso i primi anni di vita dell’association football, separavano qui le loro strade per vivere due vite completamente opposte: tanto importante sarebbe stata l’impronta di Charles nella storia del calcio, quanto poco quella del fratello, che invece si dedicò alla carriera lavorativa e politica; e mentre il più giovane degli Alcock avrebbe fatto parlare di se esclusivamente per discorsi riguardanti il pallone, John Alcock condusse una vita decisamente eccentrica, sposandosi tre volte e guadagnandosi la poco desiderabile fama di donnaiolo eccentrico e violento.

Non essendo ancora del tutto maturi i tempi per una sfida internazionale, ma ansioso di organizzare comunque una gara storica che avrebbe dato risalto al neonato sport, Alcock contattò diversi scotsmen residenti nella capitale inglese tramite Arthur Fitzgerald Kinnaird, nato nel quartiere londinese di Kensington ma di nobili origini scozzesi.

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I due riuscirono ad allestire un team in breve tempo e con molta fantasia: nelle fila degli “ospiti”, infatti, erano presenti molti giocatori che con la Scozia avevano legami lontani, come, ad esempio, nel curioso caso di Alexander Morten. 39 anni, intermediario bancario e inglese purosangue, essendo nato dalle parti di Westminster, era dotato di una proverbiale freddezza che si diceva lo rendesse il miglior portiere dell’epoca e in questo ruolo si alternava tra No Names Club, Wanderers e Crystal Palace.

Contro gli inglesi Morten giocò fuori dai pali, cavandosela più che bene. In porta, al suo posto, la Scozia schierava Sir James Kirkpatrick, baronetto nato in Canada e keeper assai rispettato, così come di nobile lignaggio erano gli altri due membri del Parlamento, in campo quel giorno, John Wingfield Malcolm e William Henry Gladstone, il primo nato a Londra e il secondo addirittura in Galles.

L’unico che poteva definirsi un vero figlio delle Highlands era il nobile Barone Kenneth Augustus Muir Mackenzie, che l’arte pedatoria l’aveva appresa a Charterhouse e la metteva a disposizione degli Wanderers, ma perlomeno era nato nella Contea di Perth, in territorio scozzese.

La partita fu comunque un successo, anche se in futuro non avrebbe meritato il riconoscimento ufficiale della FIFA come prima partita internazionale proprio per il bizzarro metodo di selezione adottato dagli scozzesi. Dopo aver portato ripetuti attacchi alla porta ospite senza riuscire a sbloccare il punteggio, gli inglesi, esasperati, decisero di tentare il tutto per tutto facendo avanzare all’improvviso il proprio portiere, il giovanissimo futuro banchiere Alfred Thornton, in attacco.

Non fu una mossa sciocca come si potrebbe pensare, visto che nacque dal desiderio di Alcock di divertire il pubblico con qualche goal: memore del deludente 0-0 tra Barnes e Richmond, che pochi giorni dopo la stesura della Laws of the Game si erano sfidate finendo per non entusiasmare affatto il pubblico presente, Alcock pensò bene di non ripetere l’episodio in una partita così importante.

L’avanzata di Thornton ebbe però l’effetto collaterale di lasciare la porta inglese sguarnita: fu così che al 75° minuto, con un tiro scagliato dalla lunga distanza, e forse neanche volutamente, Robert Copland-Crawford portò in vantaggio la Scozia.

Figlio di un ufficiale dell’esercito, cresciuto ad Edimburgo, Crawford era giovanissimo all’epoca della gara, non avendo compiuto ancora 18 anni. Era tuttavia un valido calciatore, arte che aveva appreso nei suoi studi ad Harrow, riuscendo ad entrare nelle squadre scolastiche sia di football che di cricket.

Atleta eccellente, si sarebbe distinto con i Wanderers di Alcock prima di abbandonare il calcio per dedicarsi alla carriera militare, come desiderato dal padre. Coinvolto successivamente nelle guerre che il Regno Unito combatté in Afghanistan e Sierra Leone, nella prima avrebbe ricevuto numerosi elogi, mentre nella seconda cadde in disgrazia quando prima ordinò l’assalto di numerosi villaggi senza aver ricevuto alcun ordine e poi, preso dalla furia, ordinò la tortura di un nativo nel tentativo di estorcerne la confessione di un presunto crimine.

La vittima fu a lungo torturata e finì con l’essere uccisa per annegamento, atto orribile che valse a Crawford la condanna a un anno di prigione. Si trattò di una condanna che però non scontò mai, dato che al suo arrivo a Liverpool i medici che lo esaminarono lo trovarono incredibilmente deperito fisicamente.

Robert Copland-Crawford

Robert Copland-Crawford

Con gli arti insensibili, lo stomaco gonfio e lo sguardo assente, ad appena 37 anni Robert Copland-Crawford era ormai l’ombra dello splendido atleta di un tempo, forse per via di qualche malattia sconosciuta o conseguenza di una vita di vizi. Sarebbe morto dopo qualche anno, poco più che quarantenne, e ricordato unicamente per essere stato il primo a segnare una rete in una gara internazionale, pur se ufficialmente non riconosciuta come tale.

Torniamo alla partita del 5 marzo del 1870: disperati per la rete subita, gli inglesi raddoppiano gli sforzi alla ricerca del pareggio e, guidati con piglio autoritario da Alcock, lo trovano a tempo ormai scaduto grazie ad una azione in velocità di Alfred Baker, membro sia del No Name Club di Kilburn che dei Wanderers.

Formidabile corridore, Baker avrebbe vinto, qualche mese dopo, la gara nazionale di corsa sulle 100 yarde per poi abbandonare lo sport l’anno successivo e dedicarsi alla carriera di battitore d’asta: sarebbe morto all’alba del XX secolo, il 3 gennaio del 1900, vittima di un malore mentre rincorreva un treno in partenza allo snodo ferroviario di Willesden.

Le reazioni a questa partita furono diverse a nord e sud del Vallo di Adriano: mentre nella patria degli inventori del football l’entusiasmo fu notevole, infatti, in Scozia sorsero non pochi malumori riguardo ai criteri con cui era stata selezionata la rappresentativa, che i giornalisti locali chiamarono con disprezzo “London Scotchmen”, sottolineandone così le quanto meno dubbie radici scozzesi.

Come detto, i giocatori selezionati erano nel migliore dei casi scozzesi cresciuti in Inghilterra, e nel peggiore persino inglesi con qualche lontana parentela nelle Highlands. Clamoroso fu ad esempio il caso di Charles Nepean, portiere di talento “la cui più vicina parentela con la Scozia era un cugino che aveva sposato una scozzese”.

Alcock, piccato, replicò alle accuse incolpando gli stessi calciatori scozzesi, che non avevano risposto ad un suo appello apparso sul Glasgow Herald e, soprattutto, ancora non si erano decisi a giocare uniformemente secondo le regole stabilite dalla FA ormai sette anni prima: secondo il suo punto di vista, la gara aveva tutti i crismi di una sfida ufficiale tra Inghilterra e Scozia, e tale continuò a considerarla così come le altre quattro gare analoghe, andate in scena sempre a Londra fino al 24 febbraio del 1872.

In queste cinque partite gli inglesi ottennero tre vittorie e due pareggi, situazione che certo non ammorbidì la posizione degli scozzesi. Prima di arrivare ad uno scontro frontale, Alcock saggiamente tornò sulle sue posizioni e, il 3 ottobre del 1872, la FA rilasciò un comunicato nel quale riferiva che con l’intento di garantire gli interessi dell’associazione in Scozia, era stato deciso che l’Inghilterra avrebbe presto mandato una propria rappresentativa nella terra dei cugini.

L’invito fu raccolto dall’intera compagine del Queen’s Park e portò finalmente alla prima partita internazionale ufficialmente riconosciuta, che si sarebbe svolta il 30 novembre all’Hamilton Crescent di Partick.

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(Tratto dal mio libro “Pionieri del Football – Storie di calcio vittoriano 1863-1889”, Urbone Publishing, p. 24-29)


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