Il Tottenham Hotspur e la Coppa UEFA 1984

Questa storia incomincia un giorno prima. Incomincia la notte precedente alla finale di andata della Coppa Uefa 1983/84. Il gestore del locale “Les Mosquetairs”, situato nel quartiere a luci rosse di Bruxelles, uccide un tifoso degli Spurs con un colpo di fucile per difendersi da quella che lui definì un’aggressione.

Il caduto si chiamava Ian Flanagan, un irlandese. Pericoloso? Forse. Gli altri: “Ci hanno provocato”.

Non ci fu tempo per le riflessioni. Gli inglesi sfogarono la loro rabbia per la morte del ragazzo mettendo a ferro e fuoco la città per tutta la notte. Saccheggi, vetrine in pezzi, auto distrutte: risultato oltre 300 arresti.

Un soprannome, una squadra, una zona, uno stile di vita. Il calcio a Londra è soprattutto storia di quartieri. Appena arrivati in High Road preparatevi a percorrerla fin oltre il numero civico 700. Le tranquille stradine, circondate da ordinate casette basse con la siepe di pitosforo in bella mostra, lasciano il posto ad un’ampia arteria stradale, la trafficatissima High Road, a cui lati si muove un umanità irrequieta che regala un panorama abbastanza disagiato, qualche pub fallito e condomini in consunti mattoni vermigli.

La città di Kensington e Notting Hill, che ti abbaglia impeccabile, qui si dissolve tra i fumi delle auto e quelli dei venditori di kebab. Occorre proseguire diritti sotto lampioni verniciati di biancoblu che fanno capire, se mai c’è ne fosse bisogno, che in zona non c’è posto per nessun alternativa al Tottenham Hotspur e alla sua gente. Il piazzale in High Road, a ridosso della Red House, all’inizio della via intitolata a Bill Nicholson è il segnale d’arrivo, l’ingresso ufficiale allo stadio.

Per fortuna sul campo, a Bruxelles dopo la guerriglia urbana, i ventidue giocatori si comportano con grande fair play anche se lo spettacolo non è eccelso. A dirla tutta al di là degli scontri di quella serataccia, a livello sportivo quello era un periodo veramente fertile per gli Spurs, tenutari di una magnifica chimica di squadra.

Graham Roberts e Paul Miller erano il coraggio e la determinazione, Glen Hoddle e Osvaldo Ardiles i registi che facevano girare la palla maestosamente, mentre a Tony Galvin e Steve Archibald era riservato il diritto divino di depositare la palla oltre i portieri avversari. Il 1984 fu l’ultimo anno da allenatore per Keith Burkinshaw: il manager senza peli sulla lingua, nativo dello Yorkshire, avrebbe lasciato White Hart Lane alla fine della stagione.

Fu grazie a lui se il Tottenham accarezzò ancora una gloria che sembrava definitivamente perduta dopo la retrocessione del 1977. Burkinshaw centrò la promozione dalla vecchia Second Division, e poco dopo vide arrivare le firme sui contratti degli argentini Ossie Ardiles e Ricky Villa, con i quali avrebbe poi vinto due storiche FA Cup consecutive nel 1981 e 1982.

The Jewish Club

The Jewish club“, il club ebreo: perché ebrei sono tradizionalmente molti tifosi e soci degli Spurs, perché gli stessi tifosi incitano la squadra con un politicamente scorretto “Yids” e non di rado si vedono rispondere con insulti antisemiti.

A White Hart Lane, nel 1935, in occasione di una partita “amichevole” (virgolettato non casuale) fra Inghilterra e Germania, nel distretto dello stadio, vi fu una manifestazione di dissenso al regime nazista. Uno stadio inaugurato nel 1899 e battezzato con il nome della vicina stazione ferroviaria.

Da fuori appariva (il verbo al passato è d’obbligo visto l’imminente rifacimento) simile a una fabbrica, un po’ come se volesse onorare questa zona ruvidamente operaia. Le stand, i quattro punti cardinali: Park Lane, High Road, Worcester Avenue e Paxton Road. Senza scordarci del “lato Shelf” ossia il nomignolo dato alla gradinata più calda.

A Bruxelles un calcio d’angolo di Mick Hazard per la testa dell’accorrente Paul Miller regalò il vantaggio al Tottenham dopo 58 minuti, ma l’Anderlecht (detentore del trofeo) non mollò, pervenendo al pari con Morten Olsen a cinque minuti dalla fine: 1-1. Quel goal in trasferta dava un leggero vantaggio ai bianchi londinesi, tuttavia nulla era garantito nonostante il ritorno da disputarsi in casa.

Fra l’altro ai londinesi sarebbero mancati Steve Perryman, il portiere Ray Clemence (che fu rimpiazzato come accadde in Belgio dal ventunenne Tony Parks) e il “pure genius” di Glenn Hoodle. Su Hoodle occorrerebbe aprire una parentesi enorme: capello da “frontman” rock, basetta sassone, statuario nel suo perfetto equilibrio del corpo, regale nel controllo di palla e superbo nei suoi illuminanti lanci di 50 metri, tesi a innescare le incursioni di Tony Galvin e a propiziare gli acuti del ciondolante Steve Archibald.

Glenn Hoddle, pure genius

Glenn Hoddle, il ragazzino di Harlow che ammaliò l’osservatore Martin Chivers, ex attaccante del Tottenham, durante un torneo scolastico al punto da volerlo portare a tutti i costi sui campi di Cheshunt, dove quelli con il galletto dritto sul globo si allenavano ogni pomeriggio. Sui campi dove resterà tredici anni, stagioni condite da vizi e virtù, da tiri formidabili e passaggi ad orologeria, da una vaga arroganza usata per confondere una timidezza di fondo.

E da strane superstizioni iniziate a 18 anni quando un santone, un guaritore, un certo Elileen Drewery gli curerà un infortunio ritenuto dai medici ufficiali ancora lungo da recuperare. Ed invece il sabato seguente il giovane Glenn segnerà il suo primo goal in First Divison, infilando con un bolide da fuori aerea il pallone alle spalle di un incredulo Peter Shilton, che difendeva i pali dello Stoke.

Bizzarro Hoodle, curioso, come il fatto che si allacciava le scarpe solo prima del calcio d’inizio oppure, talvolta, ecco la mania di voler percorrere il terreno di gioco in senso antiorario durante il pre-partita per caricarsi (diceva lui) di energia positiva.

“Io sono stato qui prima in spirito, adesso voi vedete il mio corpo fisico ma dopo riavrete solo la mia aura”. Questa una delle sue innumerevoli uscite, legate alla credenza in pratiche induiste che qualche guaio glielo porterà, forse, anche quello di non essere mai stato pienamente apprezzato, e di conseguenza non aver mai avuto troppo spazio in Nazionale.

Atmosfera elettrica a White Hart Lane

In ogni caso, mercoledì 23 maggio 1984, si giocò nel tutto esaurito di White Hart lane dentro un atmosfera elettrica. Può suonare come un cliché abusato eppure questo era veramente il clima che si respirava. C’erano state altre serate speciali al “Lane”, ma si percepiva davvero che qualcosa d’importante sarebbe accaduto. Il pubblico in piedi, i riflettori velati, i cori.

Sicuramente non ci sarebbe stato nessun altro posto al mondo in cui un vero tifoso spurs avrebbe preferito essere in quel momento.

L’origine del nome “Hotspur” rimane un mistero. Molti ipotizzano un riferimento ad un nobile del 14°esimo secolo, tale Sir Henry Percy (l’Harry Hotspur dell’Enrico IV di Shakespeare). Certo è che l’Hotspur FC venne fondato nel 1882 dagli studenti di grammatica della scuola secondaria di All Hallows Church ed esordì nel 1899.

Audere est facere, osare e fare, è il motto di un club che divenne l’unica squadra non iscritta al campionato nazionale a vincere la FA Cup nel 1901. Per il bis bisognerà aspettare vent’anni, poi passiamo direttamente ai botti. Nella stagione 1960-1961 si aggiudicherà il primo double del calcio inglese raggiungendo il record di 115 gol messi a segno, mentre due anni più tardi ecco un nuovo alloro, la Coppa delle Coppe, in questo caso primo trofeo europeo portato da un team d’Albione.

Il tecnico belga Van Himst disegnò una formazione che potesse colpire in contropiede, con il solo Czerniatinski ufficiosamente deputato ad offendere e Vincenzo Scifo in mezzo al campo già con la personalità di un veterano.

Un piano prevedibile, ma il Tottenham apparve piuttosto confuso, e al quarto d’ora della ripresa proprio Czerniatinski gelò i tifosi degli Spurs. Qualche programma volò nella leggera brezza di Londra Nord, un esagitato lanciò una bottiglia di birra vuota in campo. Ma a parte questo gesto sconsiderato, il pubblico non fece mai mancare l’appoggio alla squadra, esplodendo, a sei minuti dal novantesimo, quando Graham Roberts segnò il drammatico pareggio, giusto qualche istante dopo che Ardiles aveva colpito una clamorosa traversa.

Rigori decisivi

I supplementari non furono altro che un lenta processione verso l’epilogo dal dischetto. Il primo a calciare per il Tottenham fu il salvatore della patria, capitan Roberts, che trasformò senza alcun segno di nervosismo. Lo stesso non si poté dire di Morten Olsen, biondo centrocampista danese e primo battitore per l’Anderlecht. Tony Parks si distese intercettando la sua conclusione. Un palpabile senso di attesa gioiosa si riverberò intorno allo stadio.

L’attaccante Mark Falco realizzò senza problemi, imitato dai belgi, poi Gary Stevens siglò il 3-1 Spurs. Ancora a segno i viola di Bruxelles con il freddissimo Scifo. L’elastico scozzese, Steve Archibald non sbagliò 4-2. L’ Anderlecht neanche: 4-3.

L’uomo del destino poteva essere Danny Thomas, un robusto ragazzone di colore con la maglia numero due sulle spalle, ma purtroppo la pressione su di lui si fece forte, troppo forte. Munaron, il portiere avversario, intuì la traiettoria del tiro salvando i suoi. Su White Hart Lane cala un gelo terribile, ciononostante dal silenzio si alzò nitido un coro: “There’s only one Danny Thomas”.

Incredibile.

Arnor Gudjohnsen calciò l’ultimo dei cinque rigori per l’Anderlecht colpendo la palla a botta sicura ma Parks (in serata di grazia) deviò il tiro in tuffo, alzandosi un istante dopo in piedi, con lo stile di un ginnasta, per correre all’impazzata verso i suoi compagni. Perfetti sconosciuti sulle tribune si abbracciarono, e anche dopo il sollevamento del trofeo e il giro d’onore nessuno volle lasciare il suo posto.

Qualcuno perse il treno o il bus ma non era importante, quello che contava era che il gallo con gli speroni aveva di nuovo alzato la cresta.

 

Simone Galeotti è un apprezzatissimo scrittore e blogger, un amico vero e l’autore della prefazione del mio “Pionieri del Football”.

Per Urbone Publishing ha scritto “Barrio”“British Corner”“Celts”“La strada di Brian”“Storie di ordinaria Argentina” e “Villans Years“.