Virgilio Felice Levratto, “lo sfondareti”

Che anno unico e irripetibile fu il 1922 per il calcio italiano! Mentre la misconosciuta Novese, superando la Sampierdanerese dopo uno spareggio finale, conquistava il titolo di Campione d’Italia in un torneo orfano di tutte le grandi realtà calcistiche dell’epoca – che in polemica con la FIGC avevano disputato un proprio campionato – viene disputata anche la prima edizione della Coppa Italia, trofeo che viene alzato per la prima volta al cielo dal Vado, piccola società ligure militante in Promozione, uno dei gironi del secondo livello calcistico di allora.

Lo sfondareti

A segnare il gol della vittoria per la compagine vadese, con un fenomenale tiro che ha superato il portiere e sfondato la rete mandando il pallone a sbattere sulla Torre di Scolta che sovrasta il piccolo impianto ligure, è stato Virgilio Felice Levratto.

Nato 18 anni prima a Carcare, nella provincia savonese, era cresciuto appassionandosi sempre più al “foot-ball” che in quegli anni andava espandendosi nel resto d’Italia ma che a in Liguria vantava già una discreta tradizione grazie al Genoa, squadrone dominatore del calcio italiano dell’epoca.

Levratto era cresciuto nel mito del “Grifone”, pur non avendolo mai visto giocare, e passava interi pomeriggi a giocare per l’infelicità del padre calzolaio, che desiderava che il figlio studiasse e che invece era costretto spesso a riparargli le scarpe distrutte dall’ambizione del figlio di diventare un “foot-baller”, un “mestiere” che il genitore ovviamente non capiva.

Un centravanti inarrestabile

Fu comunque presto chiaro che “Levre” sarebbe diventato un calciatore, fin da quando da bambino cominciò a giocare per varie compagini locali (Savoja, Lampos) per poi passare appunto al Vado, con cui vinse la Coppa Italia del 1922, la prima mai assegnata: ai tempi era già abbastanza noto, in quanto segnava con una regolarità impressionante.

A testimonianza di quanto fosse temuto c’è da dire che i giocatori dell’Udinese – che disputò la finale contro i liguri – si preoccuparono quasi esclusivamente di marcare lui, che fu capace di sfruttare quella che fu in pratica la sua unica occasione.

Quel giorno nacque “Levratto lo Sfondareti”, in quanto quella cannonata che si stampò sulla torre dello stadio di Vado non sarebbe stata l’unica capace di squarciare la rete: dovendo affidarci ai racconti dell’epoca, questo episodio si ripeté ben sette volte, e molti altri furono gli episodi degni di nota di uno dei più grandi centravanti di sempre del calcio italiano, per molti “il più grande a non aver mai vinto lo Scudetto”.

Terrore dei portieri

Alle Olimpiadi di Parigi del 1924, ad esempio, una sua fenomenale bombarda colpì il portiere del Lussemburgo, Bausch, in pieno volto: questi crollò a terra, e il pubblico s’impressionò vedendo del sangue uscire dalla bocca.

Il tiro di Levratto era stato così violento che il contraccolpo aveva causato la perdita di un paio di denti e il taglio della lingua del malcapitato portiere avversario, che pochi minuti dopo – medicato e rientrato al suo posto – si trovò di fronte ancora “lo Sfondareti” e pensò bene di andarsi a nascondere dietro un palo.

Levratto, colto a pietà, mandò il pallone fuori di proposito, gesto che la dice lunga anche sulla sportività del giocatore, che ai tempi militava ancora in Seconda Divisione con il Vado ma che dopo le Olimpiadi si trasferì al Verona, dove segnò così tanto da meritare finalmente la chiamata nel mitico Genoa, un sogno che si coronava.

Il “Grifone” era reduce dal famoso “Scudetto delle Pistole” e intendeva tornare rapidamente ai vertici del calcio italiano, ma nonostante le numerose reti segnate da Levratto lo Scudetto fu soltanto sfiorato dal Genoa – che non lo avrebbe mai più vinto – e con il progressivo indebolimento della compagine un tempo dominante nel calcio italiano arrivò anche il giorno in cui “Levre” dovette lasciare, andando ad accasarsi all’Ambrosiana-Inter.

Uno Scudetto sempre sfuggito

Anche a Milano lo Scudetto non sarebbe rimasto che una chimera irraggiungibile per “lo Sfondareti”, che però seguitò ad allenarsi per proprio conto – all’epoca non esisteva una grande preparazione atletica – con grande volontà e serietà e continuò a segnare un gol dietro l’altro.

Gol forse inutili ma bellissimi, epocali e numerosi, la cui frequenza inevitabilmente calò negli ultimi anni per il logorio dovuto all’età. Pur non essendo riuscito a lasciare il segno a livello di club, Levratto ha scritto la storia della Nazionale immediatamente precedente a quella che poi avrebbe conquistato due volte la Coppa Rimet.

Alle Olimpiadi del 1928, ad Amsterdam, prima scagliò dentro la porta due spagnoli con una proverbiale cannonata, quindi siglò una rete inutile contro i campionissimi dell’Uruguay sfondando ancora una volta la rete e guadagnandosi l’ammirazione dei talentuosi sudamericani, al tempo i più forti calciatori al mondo.

Che centrattacco!

L’Italia conquistò il bronzo, un risultato comunque ottimo e figlio dei 4 gol in 5 gare di “Levre”, che lasciò l’azzurro con uno “score” di 11 reti segnate in 28 gare. Anche se in carriera ricoprì vari ruoli del reparto offensivo, Levratto fu nell’immaginario collettivo dell’epoca il classico esempio di “centrattacco”, dotato di fisico potente, coraggio e tiro mortifero, ed è così che lo dipinse il celebre Quartetto Cetra citandolo nel celebre motivetto di fine anni ’50 “Che centrattacco”.

Allora “Levre” si era già ritirato, dedicandosi a una poco fortunata carriera di allenatore che vide il suo picco massimo nel ruolo di vice-allenatore alla Fiorentina Campione d’Italia del 1955-1956, primo Scudetto della compagine viola.

Campione autentico, sportivo nell’anima e autentico idolo delle folle in gioventù, Levratto concluse una vita dedicata al calcio il 30 giugno del 1968, 64 anni ancora da compiere: colpito da grave malattia, nei giorni precedenti la sua dipartita fu colto da deliquio, immaginando ancora sterminati campi di calcio e gridando ai compagni di correre, impegnarsi. E

passargli poi il pallone, che ci avrebbe pensato come sempre lui. “Lo Sfondareti”, il più grande centravanti italiano degli anni ’20, il campione che fino all’ultimo istante di vita pensò al calcio e al gol. È proprio il caso di dirlo: “che centrattacco”!