Lo Stadium di Torino, gigante dimenticato (con Antonio Cunazza)

Un impianto enorme, capace di contenere al suo interno 40.000 spettatori e dotato di ogni comfort possibile: spogliatoi, uffici e locali di servizio, sale indoor interne per altre manifestazioni sportive e riunioni di vario genere, gallerie, dormitori per atleti e sale buffet. Multifunzionale, capace dunque di ospitare partite di calcio ma anche corse di auto e moto, gare di atletica, parate e rappresentazioni.

Un monumento atto a celebrare lo sport in ogni sua forma.

Se pensate che quella che avete appena letto un nuovo avveniristico progetto depositato da un club del XXI secolo capace di guardare al futuro, beh, vi sbagliate di grosso. Si tratta infatti della descrizione di quello che fu il primo grande stadio di calcio in Italia, lo Stadium di Torino, un sogno visionario che divenne realtà addirittura nel lontano 1911. Un sogno che durò poco: colpevole di essere troppo in anticipo sui tempi, in capo a pochi anni venne prima abbandonato e poi demolito, finendo ingiustamente dimenticato, così come le prime squadre di pionieri in Italia, dalla storia del nostro calcio, che a Torino deve moltissimo.

Se è infatti noto a molti che il primo club professionistico italiano, e il più antico ancora esistente, fu il “Genoa Cricket and Athletic Club” (divenuto rapidamente e per volere del medico-portiere James Spensley “Genoa Cricket and Football Club”) non tutti sanno che il football vide la luce in Italia a Torino, quando il giovane Edoardo Bosio, tornato dai suoi studi in Inghilterra, creò il “Torino Football and Cricket Club” coinvolgendo alcuni dipendenti inglesi della sua ditta tessile tra cui Herbert Kilpin, futuro fondatore del Milan.

Un decennio prima, dunque, che il Genoa venisse alla luce a Torino già si giocava a calcio, e non era raro assistere alle numerose sfide che vedevano gli uomini di Bosio giocare contro il “Nobili Torino”, squadra costituita dall’élite aristocratica cittadina e creata da Luigi Amedeo di Savoia, futuro Duca degli Abruzzi. Diverse per estrazione sociale, ma unite dalla comune passione sportiva, le due squadre si sarebbero infine fuse nell’Internazionale Torino, che insieme ai rivali genovesi avrebbe dato vita all’attuale FIGC e ai primi campionati di calcio in Italia, dove la gloria fu purtroppo soltanto sfiorata con una serie di secondi posti.

Nel 1911, quando lo Stadium di Torino divenne realtà, il nostro calcio aveva appena superato la prima, pionieristica, fase: si era certo ancora lontani dai clamori del calciomercato, e i campioni del pallone erano ancora persone comuni dotate semplicemente di talento e grande passione. Mentre il calcio si diffondeva a macchia d’olio in tutta la penisola e la Nazionale prendeva forma, a Torino nacque dunque il primo grande impianto sportivo in Italia.

 

L’occasione venne in seguito all’annunciata Esposizione Universale del 1911, che avrebbe avuto base nel Parco del Valentino: lo Stadium sarebbe stato un elemento complementare di questa grande manifestazione, una struttura capace di ospitare numerose manifestazioni sportive ma anche civili e militari, caratterizzata da uno stile monumentale e un forte impatto iconico sulla popolazione. Una celebrazione dello sport e della grandezza degli atleti italiani che chi fosse stato capace di guardare nel futuro avrebbe potuto interpretare come il primo segnale di quel nazionalismo che poi avrebbe segnato la storia del nostro Paese (e in generale dell’Europa) a partire dal 1925.

Dopo averla avuta vinta su chi invece intendeva utilizzare in altro modo la vasta area edificabile che la città si era ritrovata in qualche modo a dover “riempire” – vi era infatti chi sosteneva che sarebbe stato meglio costruirvi soltanto una serie di villini o un grande parco – i fautori della costruzione dello Stadium ottennero il via libera a patto di armonizzare il nuovo impianto con il resto della città. Per questo l’altezza dello stadio fu mantenuta entro limiti accettabili, in modo da permette a chi vi si fosse avvicinato di non perdersi il magnifico panorama delle Alpi sullo sfondo.

Partita di Coppa Davis nel campo adiacente allo Stadium, con gli spettatori dunque rivolti verso l’esterno del perimetro.

Straordinariamente visionario, lo Stadium di Torino sarebbe stato capace di ospitare numerose manifestazioni sportive. Non solo il calcio, dunque, che del resto in Italia aveva ancora un bacino d’utenza limitato: il campo di football occupava infatti soltanto un terzo dell’ellisse, affiancato da un più ridotto campo di allenamento e poi ancora da una piscina a scomparsa che poteva trasformarsi in una pista di pattinaggio su ghiaccio. Queste tre strutture erano a loro volta circondate da tre piste ovali affiancate, una dedicata all’atletica, una all’ippica e l’ultima, la più esterna, alle gare motociclistiche e automobilistiche.

 

Questa incredibile struttura era circondata da mura in cemento armato, materiale di nuovo utilizzo all’epoca, e da tribune capaci di contenere fino a 40.000 spettatori, che in determinate occasioni avrebbero potuto semplicemente volgere lo sguardo all’esterno dello stadio per seguire le gare di bocce e di tennis che venivano svolte in altri campi adiacenti all’impianto. Oltre ad essere il primo impianto sportivo multifunzionale di tali dimensioni, oltre che ad essere il primo costruito in cemento armato e che prevedesse spogliatoi e uffici all’interno, fu anche il primo campo in Italia – e tra i primi in Europa – ad essere provvisto di illuminazione elettrica.

Lo Stadium di Torino fu un progetto incredibilmente avveniristico: oltre a rappresentare il fervente spirito nazionalistico che oltre dieci anni dopo avrebbe portato alla sciagurata deriva fascista, fu anche precursore con grandissimo anticipo degli impianti sportivi cosiddetti moderni, tanto che quando venne alla luce, per fare un esempio, l’Italia aveva da poco esordito nell’Arena Civica di Milano davanti a circa 4.000 spettatori, e persino gli spogliatoi interni rappresentavano una novità assoluta.

Poco dopo la favolosa inaugurazione, però, fu presto chiaro che i limiti della struttura erano evidenti, resi tali proprio dall’eccessiva maestosità di uno stadio che i suoi ideatori avevano pensato davvero troppo in grande: in occasione delle partite di calcio gli spettatori potevano circondare solo i 3/4 del campo, e in generale finivano per trovarsi sempre troppo distanti dall’azione, impossibilitati dunque a seguire gli eventi sportivi con l’attenzione e la precisione che questi meritano.

Fu per questo motivo che le due squadre cittadine, Juventus e Torino, preferirono continuare a giocare nei propri impianti, più piccoli ma decisamente più funzionali, e fu probabilmente con la stessa motivazione che anche l’Italia vi giocò soltanto due gare documentate, le vittorie per 1-0 sul Belgio nel 1913 e quella per 3-1 sulla Svizzera nel 1915.

La formazione dell’Italia prima della sfida con il Belgio allo Stadium nel 1913.

Al decadimento dello Stadium di Torino contribuì anche lo scoppio della prima guerra mondiale, che impose un drastico taglio alle spese riguardanti le manifestazioni sportive e il conseguente utilizzo da parte delle autorità militari. Nonostante lo svolgimento di numerosissimi eventi di sport e non solo (gare di pallone elastico, corse di moto e auto ma anche mostre canine, proiezioni cinematografiche ed eventi teatrali) lo Stadium si rivelò qualcosa di troppo grande, costoso da mantenere, troppo in anticipo con i tempi e quindi quasi inutilizzato.

Dopo essersi a lungo interrogato su come utilizzarlo, il Comune di Torino prese infine la decisione nel 1938 di chiuderelo, utilizzandolo in seguito soltanto allo scoppio della seconda guerra mondiale e ancora per motivi prettamente militari. Al termine del secondo conflitto bellico, nel 1946, quello che era stato il primo grande stadio d’Italia venne definitivamente abbattuto: attualmente, nello stesso lotto che un tempo ospitava il sogno avveniristico dell’architetto Vittorio Eugenio Ballatore di Rosana e dell’ingegner Ludovico Gonella sorse quindi il Politecnico, tuttora esistente e che però non ha mantenuto l’armonia del vecchio impianto sportivo.

Lo Stadium rimane soltanto un maestoso ricordo nella storia del nostro football, ma il suo impatto è stato straordinario: esageratamente in anticipo sui tempi, contribuì a modellare la zona urbana a se circostante e fu il primo in Italia a cavalcare l’entusiasmo sociale e le scoperte post-Rivoluzione Industriale che avrebbero rilanciato l’idea di costruire grandiosi impianti per eventi sportivi dopo secoli di buio.

Gli spogliatoi interni, le sale conferenza e persino qualche lontano antenato dei moderni “store” fecero la loro comparsa proprio qui per la prima volta, ed è logico pensare che se nel periodo fascista una tale struttura, maestosa e ambiziosa, si fosse trovata nella Roma capitale, invece che a Torino, forse il destino stesso dello Stadium avrebbe potuto essere diverso.

Eppure qualcosa rimane: se percorrete oggi Corso Vittorio Emanuele II, all’angolo con Corso Vinzaglio, potrete imbattervi nel Gran Caffè Stadium, chiamato così in onore al grandioso stadio scomparso e che ancora conserva l’insegna originale, testimonianza di un’epoca in cui a Torino, precorrendo i tempi, si sognava un futuro grandioso per il calcio e per lo sport in generale.


Ringrazio per il contributo fondamentale a questo articolo, una vera e propria consulenza, l’amico architetto Antonio Cunazza, ideatore dello splendido ARCHISTADIA, sito che racconta la storia e l’architettura degli stadi di calcio. Ringrazio anche gli amici Andrea Bentivegna e Victor Fiore che mi hanno parlato in diverse occasioni della storia dello Stadium.